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Macché aiuto da Tel Aviv. Questa inchiesta è italiana e molto solida

I media pro Pal cercano, invano, di smontare un’indagine ineccepibile e indipendente sul piano giudiziario

Macché aiuto da Tel Aviv. Questa inchiesta è italiana e molto solida

Non fosse che la questione è seria, la notizia sarebbe che Il Fatto Quotidiano ha scoperto gli avvocati: questo dopo aver fatto della parola dei giudici una ragione aziendale. Ma a improvvisare contestazioni procedurali contro il caso Hannou ci sono anche il manifesto, Repubblica, L'Indipendente, Osservatorio Repressione e l'interessante FarodiRoma, testata cattolica con inclinazione geopolitica che la colloca in un filone cattolico-antimperialista-terzomondista. Sono contestazioni che potrebbero sembrare anche serie: «Gran parte delle prove su Hannoun arriva da Israele», «l'impianto si regge sui dossier dell'Idf», «documenti militari raccolti senza garanzie», «Genova importa il teorema israeliano», «indizi privi delle garanzie del processo», «prove fornite da Tel Aviv», «Israele comanda, l'Italia obbedisce», «procedimento politico» e ovviamente «si criminalizza la solidarietà verso Gaza».

Basta una valutazione delle carte e della giurisprudenza per capire che non c'è niente di vero. Le ordinanze, per cominciare, non si basano su prove solo israeliane ma su indagini di Digos, Guardia di Finanza, Nucleo di Polizia Valutaria, soprattutto materiale informatico della Abspp (l'associazione filo palestinese di cui Hannoun è rappresentante) e in particolare i file del serve dell'associazione, acquisiti e indicizzati dalla polizia giudiziaria) mentre solo una porzione di documenti è stata trasmessa da Israele: a volte su rogatoria chiesta dall'Italia, a volte spontaneamente. Nelle ordinanze, peraltro, si spiega perché i materiali risultano acquisibili e come sono stati sottoposti a verifica; si spiega, oltretutto, un particolare che avvocati e giornalisti hanno omesso, cioè che i documenti israeliani hanno trovato riscontro nei file della citata Abspp di Hannoun, e si parla di liste interne, comunicazioni, elenchi di beneficiari, sigle identiche a quelle classificate come strutture di Hamas, o comunque riferimenti alla «Muqawama», parola araba che indica la lotta armata identificata anche con la Jihad Islamica e le Brigate Izz al-Din al-Qassam (ala militare di Hamas).

Sui vari giornali in compenso ci sono azzardi garantistici che sfiorano il ridicolo, sia detto col massimo rispetto. Il Fatto del 27 dicembre scriveva che «gran parte delle prove» sarebbe stata raccolta «dall'autorità giudiziaria israeliana» con citazione delle operazioni «Defensive Shield» e «Sword of Iron»; ma, a parte il falso «gran parte», lo stesso articolo smentisce se stesso e osserva che il pm ha richiamato i principi sull'utilizzabilità della prova: un documento estero infatti è utilizzabile salvo violazione di diritti fondamentali. Poi c'è un altro articolo secondo il quale l'accusa si «regge quasi esclusivamente» su dossier israeliani e statunitensi (falso, come visto) ma non porta alcun riscontro e lascia solo insinuare che la nostra magistratura sia la succursale di uno Stato accusato di genocidio; così pure scrive che il controllo del giudice sarebbe stato «inadeguato», ma è scritto così, gratuitamente. Un articolo tira l'altro e, altrove, si riprende come vangelo una nota del Cred (un centro studi progressista specializzato in diritti umani e politiche migratorie) secondo la quale, pure, i materiali «provenienti dall'apparato militare israeliano» sarebbero stati usati «senza adeguato controllo». Gli basta scriverlo, anche se intere pagine motivano proprio quel controllo e spiegano i criteri di valutazione e attendibilità. Sul quotidiano il manifesto, addirittura, si trasforma il tutto in un «teorema israeliano»: tanto per incasellarlo. Non manca la sparata disinformata di un magistrato in pensione, Emilio Sirianni, secondo il quale i «gravi indizi» sarebbero stati raccolti «senza garanzie», e riducendo la cooperazione giudiziaria internazionale a un pericolo extraterritoriale. Riscontri? Come sopra. Non c'è da perdere troppo tempo su Osservatorio Repressione, secondo il quale «Israele comanda, l'Italia obbedisce, mentre il citato FarodiRoma ospita legittimamente l'avvocato Alessandro Rossi, legale di Hannoun, che descrive la rete disvelata come «nel mirino del Mossad».

Tornando alle norme e alle regole dimenticate, la narrazione secondo la quale «si usano le classificazioni israeliane» appare infine ridicola perché Hamas è considerata un'organizzazione terroristica dall'Italia (dal 2001) e anche dall'Unione europea (2003) e insomma, non è che serva il parere di Netanyahu per muoversi.

Ci sarebbe anche un piano giurisprudenziale, a esser pignoli. La Cassazione (sentenza Tardio/Liuni, 27 ottobre 2021) spiega che l'unico limite all'utilizzabilità di atti stranieri è la violazione dell'ordine pubblico e dei diritti fondamentali. Nei processi italiani su terrorismo e mafia, da almeno vent'anni, si usano infatti dossier dell'Fbi e documenti tedeschi, svizzeri, turchi, francesi. È fisiologia, non devianza.

Dopodiché sappiamo tutti che questa è un'indagine preliminare, pur costruita con prove che rimedino a un'insufficienza archiviata nel 2010. Il quadro dovrà reggere sino a sentenza, com'è normale. Ma definire l'indagine «anomala», solo perché riparte da una vecchia archiviazione, non solo è infondato, ma appartiene all'ordinaria fisiologia del processo.

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