da Roma
Dal terrore per l’attacco a tappeto minacciato da Donald Trump al cessate il fuoco in una sola notte. E poi dalla tregua alla repentina furia israeliana, con 50 caccia impegnati nella più vasta ondata di raid contro il Libano dall’inizio della guerra, in una sola mattina. Ormai si naviga a vista.
E non solo si è perso il senso delle dichiarazioni pubbliche (con il presidente americano che è arrivato a minacciare «l’età della pietra» e la «cancellazione della civiltà» iraniana), ma pure la diplomazia e le sue regole sono soggiogate alla legge del più forte. Al punto che si annuncia una tregua, ma poi si continua con la guerra. Ed è in questa cornice di alti, bassi e profonda instabilità che Giorgia Meloni da oltre 48 ore prepara il suo intervento di oggi in Parlamento (alle 9 alla Camera, alle 13 al Senato), prima informativa del governo dopo la débâcle referendaria ma che inevitabilmente sarà incentrata su politica estera e crisi energetica (tempo stimato quasi un’ora, con uno spazio importante anche agli impegni per l’ultimo anno di legislatura, dalla sicurezza al piano casa).
Sia martedì che ieri, la premier non si è fatta vedere a Palazzo Chigi. Due giorni, riferiscono dal suo entourage, dedicati a limare un intervento i cui toni sono ovviamente da modulare in base alle scenario complessivo. Non è un caso che nella tarda mattina di ieri al ministero della Difesa e pure alla Farnesina ci fosse chi immaginava uno speech più aggressivo, forte della tregua che sembrava aver sbloccato anche lo Stretto di Hormuz. Mentre già nel primo pomeriggio gli stessi interlocutori ipotizzavano un approccio più cauto, inevitabilmente condizionato dalle centinaia di morti a Beirut causate dai raid aerei dell’Idf voluti da Benjamin Netanyahu. Non un dettaglio. Non solo perché l’esercito israeliano prende di mira anche un convoglio italiano della missione Unifil (nessun ferito), ma soprattutto perché per tutta risposta- alquanto scontata- l’Iran fa sapere di valutare la ripresa dei raid e un nuovo blocco di Hormuz (che non è mai stato fisicamente chiuso, ma basta la sola minaccia di lanciare un drone per far schizzare le tariffe delle compagnie assicurative e, di fatto, bloccare gli armatori).
Che a Palazzo Chigi la tensione sia in salita verticale (come pure l’insofferenza ormai malcelata verso Netanyahu) lo dicono non solo il buon senso ma pure le dichiarazioni dei ministri di Esteri e Difesa. Antonio Tajani, infatti, fa sapere di aver «convocato l’ambasciatore israeliano» alla Farnesina e di aver avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente del Libano Joseph Aoun a cui ha espresso «la solidarietà del governo italiano per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili di Israele». «Condanniamo i bombardamenti sulla popolazione civile libanese, compresi i colpi d’arma da fuoco subiti dai nostri militari Unifil, e vogliamo evitare che ci sia una seconda Gaza», dice il vicepremier. E pure Guido Crosetto non esita a parlare di episodio «inaccettabile» e chiede all’Onu di «intervenire» presso Tel Aviv.
Passa qualche ora e Meloni ci mette il carico da novanta. A ora di pranzo firma una dichiarazione congiunta con Emmanuel Macron (Francia), Friedrich Merz (Germania), Keir Starmer (Regno Unito), Mark Carney (Canada), Mette Frederiksen (Danimarca), Rob Jetten (Paesi Bassi), Pedro Sánchez (Spagna), Ursula von der Leyen e Antonio Costa (Commissione e Consiglio Ue) in cui si «accoglie con favore il cessate il fuoco di due settimane», ci si impegna a garantire la «libertà di navigazione a Hormuz» e si «esortano le parti ad attuare la tregua anche in Libano». Concetto su cui Meloni torna a sera con estrema nettezza.
«Israele dovrà chiarire quanto accaduto, è inaccettabile che il personale che agisce sotto la bandiera Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili e in palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite», affonda la premier. E ancora: «I continui attacchi israeliani in Libano, che hanno già provocato troppi morti e un inaccettabile numero di sfollati, devono cessare immediatamente».