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Quei morti invisibili

Quentin è stato strappato via con tecnica militare da un gruppo di militanti mascherati della cosiddetta "guardia antifa" e linciato

Quei morti invisibili

Il caso Quentin non è un incidente francese. È l'ultimo anello di una catena lunga due secoli. È il prodotto di una pedagogia della violenza che si finge morale. E il silenzio italiano dei progressisti non è prudenza diplomatica: è imbarazzo ideologico. Perché denunciare quella violenza significherebbe fare i conti con i propri maestri, togliere quadri dalle pareti, spolverare un Pantheon sacro. Operazione dolorosa. Molto più semplice lasciare che un morto per strada passi come polvere: Quentin, chi era mai per deviare il vento della storia?

La morte crudele di Quentin Deranque a Lione va raccontata anche qui. Batto la mazza sul tamburo, chissà che qualche crepa penetri la lastra antiacustica che lo circonda. Un ragazzo di 23 anni, disarmato e disarmante, era intervenuto con alcuni amici per proteggere sei ragazze che osavano scandire slogan durante un comizio pro Pal davanti all'università. Quentin è stato strappato via con tecnica militare da un gruppo di militanti mascherati della cosiddetta «guardia antifa» e linciato. Uccidere a mani nude è un lavoro sporco: il sangue sprizza sui volti degli assassini, intride le suole, richiede accanimento su un corpo ormai inerme.

Quel delitto spaventoso è stato subito anestetizzato, prosciugato della sua infamia, grazie a due formule assolutorie: Quentin apparteneva all'«estrema destra»; in più era un neofita del cristianesimo tradizionalista. Non a caso, le immagini per ricordarlo mostrano il suo volto accanto a una croce e a un Sacro Cuore coronato di spine. In Italia, il Giornale è stato l'unico a portare la notizia in prima pagina. Ci sono morti che pesano; altri che si soffiano via perché pizzicano il naso. L'indifferenza va morsa, non accarezzata.

Giorgia Meloni ha chiamato le cose col loro nome: un assassinio avvenuto in casa nostra, l'Europa. Macron ha reagito piccato: affari interni, non immischiatevi, quella pozza di sangue la asciughiamo noi. A sinistra, una reazione istruttiva: il nulla. Silenzio come assenso. Peccato che questa violenza non sia un prodotto locale, a denominazione controllata. È un'ideologia esportata, un patrimonio teorico condiviso, una merce che circola da decenni. Quando si tratta di umano e disumano, non esiste politica interna o estera: esiste un'appartenenza più alta della nazione. E qui non possiamo fingere di non sapere.

Si dice «douce France», con aria da cartolina scolorita. Dolce un par di balle, se guardiamo la storia. La Francia è la culla della sinistra moderna e, insieme, della giustificazione della violenza: teorizzata, nobilitata, resa necessaria. Robespierre parlava di «virtù armata»; Marx ed Engels della violenza come levatrice della storia; Sorel la celebrava come gesto eroico e morale. Il Novecento non ha inventato nulla: ha applicato.

Il trucco è sempre lo stesso: distinguere. La violenza degli altri è barbarie; la nostra è reazione, autodifesa, antifascismo. Se il nemico non è fascista, lo si «fascistizza». Così accadde in Italia negli anni di piombo, quando le Brigate Rosse si dicevano antifasciste mentre uccidevano giudici, carabinieri, giornalisti, politici; risparmiando si badi i comunisti, con l'eccezione di Guido Rossa, colpevole di aver denunciato i terroristi della sua fabbrica.

Dopo il 1945, quando il fascismo vero era stato sconfitto, la violenza non scomparve dal vocabolario della sinistra. Venne riciclata. De Gaulle, che aveva combattuto il nazismo, fu definito «fascista». Stalin consigliava di fascistizzare l'avversario per costringerlo a difendersi. I maestri del Sessantotto furono due: Sartre e Mao. Il primo arrivò a scrivere che uccidere un europeo significava liberare insieme l'oppresso e l'oppressore; il secondo spiegava che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Tutto colto, tutto impegnato; sempre con il sangue degli altri.

C'è però una rara sinistra che disse no. Albert Camus. Uomo di sinistra, scrittore immenso, non accettava che per raggiungere un presunto scopo rivoluzionario si potesse uccidere. Ricordava le atrocità in Algeria, ai soldati francesi i liberatori strappavano i genitali e glieli infilavano in bocca prima di finirli. Al commilitone che li giustificava perché così si fa la rivoluzione oppose una frase del padre: «Un homme, ça s'empêche». È un francese intraducibile. In italiano non esiste. Si può forzare così: un uomo deve porsi dei limiti; un uomo deve trattenersi. Non c'è giusta violenza. Sartre gli mandò contro - era il 1951 - una discepola da quattro soldi per scomunicarlo. Camus prese atto e ruppe con quel mondo.

La disputa tra Sartre e Camus non è un capitolo letterario: è lo spartiacque morale dell'Europa. Camus diceva che la rivolta ha un limite, oltre il quale c'è il delitto. Sartre rispondeva che il limite è un lusso borghese. La sinistra francese e quella europea scelsero Sartre, che tessé i sentimenti e i valori del '68.

Da allora, in fondo, non è cambiato molto: la sinistra vincente - lo dimostrano i distinguo o il silenzio sul caso Quentin - resta quella di Sartre: brillante cacciatrice di scalpi, indulgente col sangue altrui. Camus è rimasto la sinistra perdente; quella che rompe con la violenza e per questo viene espulsa. Una sinistra che, col tempo, diventa destra. Facendo arrabbiare Camus anche da morto, direi che questa è la mia destra.

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