"Stop al decreto Piantedosi". Le Ong preparano una petizione per l'Ue

La sospensione del fermo per la nave Humanity 1 ha ridato vigore alla protesta delle Ong contro il decreto Piantedosi e ora riprovano con la carta della petizione all'Ue

"Stop al decreto Piantedosi". Le Ong preparano una petizione per l'Ue
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La decisione del tribunale di Crotone ha dato nuova linfa alle Ong, pronte a tornare alla carica contro il decreto Piantedosi. La decisione del giudice di sospendere il fermo in porto per la nave Humanity 1, in attesa dell'udienza definitiva il prossimo aprile, ha rinvigorito la protesta delle organizzazioni non governative, che fin da novembre 2022 protestano contro le strette del governo Meloni. "Speriamo che decisioni come quella del Tribunale di Crotone possano spingere a dichiarare illegittimo il decreto Piantedosi, perché prestare assistenza non è un crimine ma un dovere", scrivono nel documento.

Così ha dichiarato Laura Gorriahn, presidente della ong Sos Humanity, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a bordo della nave, che nei prossimi giorni dovrebbe riprendere il mare. Ora, le associazioni hanno effettuato l'ennesima petizione, inutile, all'Unione europea per chiedere lo stop dell'attuazione del decreto Piantedosi. Una petizione utile solo a far pressioni, senza alcuna efficacia, visto che l'Italia ha libertà di legiferare sul suo territorio. "Chiediamo che i fermi amministrativi alle navi delle Ong siano bloccati perché la gente nel Mediterraneo sta morendo per questa procedura assurda del governo italiano", prosegue Gorrahn, che presuppone che solo il governo italiano debba farsi carico dei migranti che vengono intercettati nel Mediterraneo. Come Paese sovrano, l'Italia ha il diritto di promulgare le leggi che ritiene necessarie per l'ordine del Paese e, se queste alle Ong non piacciono, possono chiedere i porti a Malta, alla Grecia, alla Francia o a qualunque altro Paese europeo. Il motivo per il quale solo l'Italia debba farsi carico degli sbarchi resta un mistero a fronte delle politiche, ben più aggressive, di altri Paesi che, però, non vengono contestate.

"La stortura in questa vicenda è non poter provare le nostre ragioni in tempi più rapidi per tornare a salvare le persone in mare. Il fermo nei nostri confronti era basato su accuse false mosse dalla cosiddetta guardia costiera libica, ma noi eravamo e siamo sicuri di aver agito senza violare le leggi internazionali", prosegue il presidente. Le leggi internazionali sono di maglia molto ampia e le organizzazioni non governative sfruttano delle lacune nella determinazione delle operazioni di salvataggio. Nel diritto internazionale non è prevista la presenza di navi deputate ai soccorsi ma viene regolamentato il soccorso che una nave, in navigazione da un punto A a un punto B, effettua in caso di necessità.

"I fermi amministrativi voluti dal governo italiano per la nostra nave e per quelle delle altre Ong hanno fermato l'attività di soccorso per un totale di 100 giorni", prosegue Gorrahn, che in realtà non considera le numerose imbarcazioni ferme in Spagna, come la Open

Arms o la Louis Michel, che ancora non sono state messe in mare. Quindi, non è il governo italiano che ha fermato le operazioni di soccorso ma, eventualmente, sono le Ong che non sono operative.

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