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"L'euro è stato un errore. Non dovevamo entrarci"

L'affondo di Fassina: "Così la moneta unica ha spaccato l'Eurozona e sta portando il Vecchio Continente al naufragio"

"L'euro è stato un errore. Non dovevamo entrarci"

Se vuole sopravvivere, l'Europa deve abbandonare l'euro. Così la pensa Stefano Fassina, economista e deputato Pd. La moneta unica è stata imposta agli europei senza che ci fossero i presupposti politici e economici adatti. E i risultati di questa operazione sono stati disastrosi.

Onorevole Fassina, recentemente ha detto che l'«euro è finito». Anche l'Italia, secondo lei, dovrebbe abbandonare la moneta unica?

«L'euro è il tassello di una linea di politica e economica che non funziona e che sta portando l'Eurozona al naufragio. Come dimostra la Grecia, non ci sono le condizioni politiche per una correzione della rotta economica. Non è un problema dell'Italia o della Grecia. È un problema di tutti. Anche della Francia e della Germania».

L'errore è quindi a monte: abbiamo sbagliato a entrare nell'euro...

«Allora abbiamo fatto degli errori politici. Abbiamo pensato a uno scenario che non si è verificato. Si è sognato un'integrazione politica che non c'è stata. L'euro non solo non ha avvicinato i Paesi, ma anzi li ha allontanati. Ha divaricato le opinioni pubbliche degli Stati. L'integrazione politica è stata minata dall'euro stesso».

Dall'euro si passa alla Troika. Renzi ci va a braccetto, ma lei la critica. Non si sente un po' incoerente?

«Renzi per ragioni di consenso è quello meno disciplinato rispetto ai governi precedenti. Penso al governo Monti, per esempio. Il Jobs Act era nell'agenda della Troika, che interviene direttamente nella gestione dei governi. E quando non interviene direttamente, lo fa con le raccomandazioni delle commissioni. È evidente che vivo in contraddizione, ma provo a spostare quelle posizioni del Pd che non funzionano, che non aiutano il Paese a venire fuori dalla spirale di stagnazione, di disoccupazione e di aumento del debito pubblico».

Se da una parte la sinistra ha come punto di riferimento Renzi, dall'altra ha Tsipras che rappresenta un modello politico alternativo. Un modello più coerente con gli ideali e la tradizione di sinistra. Tsipras contrasta la Troika; Renzi invece no. Perché la sinistra italiana non riesce a smarcarsi?

«In Grecia hanno dovuto patire sofferenze economiche e sociali perché maturasse una linea alternativa. Da noi la sinistra non riesce a comprendere che con la svalutazione e l'austerità imposte dalla Troika non c'è alcuna prospettiva. Abbiamo idealizzato la funzione di Bruxelles senza riconoscere gli interessi nazionali che venivano colpiti. Ora facciamo fatica a uscire da un paradigma culturale che abbiamo seguito per troppo tempo».

Un'alternativa sembra essere quella di Landini...

«Landini pone problemi concreti. Il problema di un fronte sociale che riguarda il lavoro, i diritti, il bene comune. E pone anche una questione rilevante: quella di un'adeguata rappresentanza politica di un universo sociale che è stato segnato da questi anni di difficoltà. Le sue proposte però non devono essere strumentalizzate: non sta proponendo un partito. Pone delle domande serie alla politica. E credo che la sinistra le debba raccogliere».

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