Via addobbi e abeti: la Cina vieta il Natale

I media di regime: motivi di ordine pubblico. Ma c'è chi parla di repressione

Via addobbi e abeti: la Cina vieta il Natale

Niente addobbi, luminarie e alberi di Natale nei luoghi pubblici e nei negozi. Vietati i costumi da Santa Claus e annullato ogni evento. Lanfang, nella Cina nord-orientale, a un'ora di treno da Pechino, si candida a diventare la città perfetta per chi il Natale proprio non lo sopporta. Perché, nonostante non sia un giorno festivo, il 25 dicembre è ormai festeggiato in tutte le grandi metropoli del Paese, con disappunto del governo. Che sta cominciando a reindirizzare la popolazione. L'anno scorso a Hengyang i funzionari del Partito comunista sono stati inviati a «resistere alla sfrenata festività occidentale», mentre ad Anhui l'organizzazione giovanile del Partito ha definito il Natale «il giorno della vergogna per la Cina». Quest'anno è il turno di Lanfang e dei suoi 4,3 milioni di abitanti. Obiettivo: limitare «il diffondersi della religione», come è scritto nell'ordinanza firmata dall'ufficio locale per la gestione del territorio. Funzionari ad hoc saranno spediti per le strade della prefettura e nei grandi magazzini per assicurarsi che del Natale non ci sia traccia.

Il decreto cita appunto della «religione», quella cristiana, come motivo della stretta. Dà invece una versione diversa il Global Times, il giornale di regime: una fonte anonima spiega che non si tratta di un pacchetto di misure anti-natalizie, ma di sforzi extra per vincere il premio nazionale alle «città civilizzate». Il riconoscimento, assegnato ogni tre anni, si basa su punteggi che prendono in considerazione le infrastrutture, i servizi, lo sviluppo sociale e l'economia del posto. «Nel periodo di Natale le bancarelle di strada e gli ambulanti aumentano, e a volte si tratta di attività illecite», spiega la fonte. Tutta una questione di ordine e pulizia, dunque? Non secondo alcuni. C'è chi crede più alla prima versione e mette in relazione la stretta con il recente arresto di cento cristiani protestanti a Chengdu per «incitamento alla sovversione». In manette è finito anche il pastore, Wang Yi, personaggio di punta della cristianità cinese, noto anche come attivista per i diritti umani.

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