Tra affari, pugni di ferro e buone maniere Trump va alla guerra con Xi sulla Corea

Con il leader cinese intese commerciali aperte. Ma su Kim non si transige

Da ABS-CBN News
Da ABS-CBN News

I giornali americani non chiamano Xi-Jinping «President», ma «strongman», l'equivalente dell'Hombre Fuerte. Oggi pomeriggio lo «strongman» comunista cinese inizia la visita di due giorni nel castello incantato di Mare-a-Lago, residenza dell'altro «strongman» e presidente americano, Donald Trump. Da giorni i plenipotenziari delle due parti si sono accaniti sui dettagli. Xi-Jinping pretende un maniacale rispetto per le forme, nessuna improvvisazione amatoriale.

Sui tavoli sono pronti i dossier più importanti: gli scambi commerciali, la sorte della Corea del Nord e quella dell'isola di Taiwan che Pechino considera «province ribelli», anche se la Corea non fa parte geograficamente della Cina, ma da cui è protetta e nutrita. Trump durante la campagna elettorale usò parole pesanti: disse che la Cina è un ladro internazionale che droga la sua moneta per colpire l'economia americana mentre il bilancio commerciale, è inaccettabile. L'economista Paul Gigot, uno dei guru di Trump, ridimensiona la questione: «Quel che è importante non è il bilanciamento perfetto, ma che tutti siano ricchi e che la crescita continui».

Sulla vicenda coreana Trump e Xi conoscono i limiti della trattativa: i cinesi controllano economicamente Pyongyang e il suo dittatore. Ma Pechino non vuole privarsi del protettorato nord-coreano per disporre di una leva contro l'America. Trump ha già risposto: «O mettete voi in riga la Corea con le buone, o lo facciamo noi con le cattive» Il partito comunista cinese ha risposto ribadendo che tutto si può fare tranne riunificare le due Coree sotto un protettorato americano. Quanto all'isola ribelle, Trump l'ha già fatta grossa nel periodo di interregno mettendo in discussione la rischiosissima carta di Taiwan, democrazia autoritaria fedele all'Occidente e armata fino ai denti, che trae le sue origini dall'occupazione del leader nazionalista Chiang Kai-sheck. Per vent'anni la Cina continentale bombardò ogni martedì e giovedì gli scogli di Quemoy e Matsu, appartenenti all'arcipelago di Taiwan, solo per marcare il territorio. Trump ha provocato già uno scandalo quando accettò la telefonata di congratulazioni dell'attuale presidente di Taiwan, la signora Tsai Ing-wen.

Altra novità: i cinesi non vogliono un vero accordo: lo considerano volgare perché prematuro. Nell'elegante e contorta mentalità cinese, si pretende che prima cambino gli aspetti formali con cui marcare la differenza rispetto ai tempi di Obama. Xi ha fatto sapere che considererebbe scortese un'insistenza per risultati immediati preferendo gettare le basi di un nuovo rapporto tra famiglie prima di parlare di matrimonio.

La diplomazia cinese prima ancora che si arrivasse ai colloqui ha stilato un'innocua e prematura bozza di comunicato da rilasciare al termine degli incontri ed ha allestito una misteriosa serie di effetti speciali ammorbidenti con cui rendere visibile una diplomazia del rispetto reciproco, senza mai rinunciare all'impronunciabile opzione militare. I cinesi usano molto i panda per questo tipo di diplomazia: tutti i panda negli zoo di tutto il mondo appartengono al governo cinese che li concede e poi ritira quando raggiungono l'età della riproduzione. Il potere mediatico della partenza e dell'arrivo dei panda commuove le folle cittadine e fa apparire ai bambini gentile e divino il governo cinese che distribuisce orsacchiotti bianchi e neri.

Trump tutto questo lo sa e non intende rompere l'incantesimo, né farsi ipnotizzare dalle lanterne cinesi. Punterà quasi certamente su concreti risultati commerciali e una brusca correzione del bilancio per ora troppo favorevole ai cinesi. Inoltre intende battere i pugni sul tavolo affinché Pechino tenga al guinzaglio il regime della Corea del Nord. I cinesi sanno che lui lo sa, e tutti sanno che tutti lo sanno. Sarà comunque un braccio di ferro sia pure in costume e assisteremo a un confronto duro, malgrado la strategia del panda. Trump ha adottato l'antica politica di Teddy Roosevelt, il Presidente che s'imbarcò a cavallo per conquistare la Cuba ancora spagnola. Il suo motto era: «Parla piano e impugna un grosso bastone». Xi dovrà accettare qualche correzione ai suoi celestiali piani ma senza non perdere la faccia. Di sicuro non può lasciare Trump a mani vuote illudendosi che i setosi cerimoniali possano evitargli scontri a brutto muso con The Donald, di cui tutto si può dire tranne che sia un diplomatico nato.

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