"Aisha, ora torni in Kenya?". Un sorriso, poi la fuga in casa

Il viaggio in auto con la famiglia da Roma. La 25enne accolta a Milano. Affetto per la strada, ma poche parole

"Aisha, ora torni in Kenya?". Un sorriso, poi la fuga in casa

«Silvia, Silvia! Anzi no, scusa: Aisha! Aisha ascolta! Tornerai in Kenya?».

La veste islamica verde troppo larga è la stessa del pomeriggio precedente, quella dell'arrivo da Mogadiscio a Ciampino; il pallore, la cautela dei movimenti, ma al tempo stesso la fretta nel farsi largo tra flash, telecamere e la gente che non smette di applaudire e vorrebbe travolgerla d'affetto, hanno invece un'intensità maggiore, un che di furtivo, innaturale. Come la risposta lapidaria e avara di sorrisi, riservata ai giornalisti che - tra gli applausi festosi della gente in strada e alle finestre - la incalzano sull'ingresso di quella casa da cui manca da oltre 500 giorni: «Sto bene».

Sono le 17,10 di ieri quando un Suv grigio si accosta allo stabile di via Casoretto 1 (periferia Nord di Milano) e Silvia Romano, la cooperante 24enne rapita il 20 novembre 2018 in Kenya e tenuta sequestrata per 18 mesi, scende protetta da un cordone di carabinieri. I militari dell'Arma le fanno scudo mentre a colpi di bracciate aprono un passaggio verso l'ingresso del palazzo, arginando l'affanno dei reporter e l'affetto di quella folla che ormai da due giorni attende «la Silvia» e da ore ha affisso un enorme lenzuolo con una scritta nera ai muri dirimpetto: «Perdona l'umano, ben tornata Silvia Romano». Troppo ostinatamente concentrata nel premersi la mascherina sul volto, la cooperante è seguita dalla sorella Giulia, quindi dalla madre Francesca e dal compagno di lei, che era alla guida dell'auto. La mamma ha le lacrime agli occhi e mentre apre il bagagliaio. E a chi l'avvicina timidamente per un «come va?» a fior di labbra, risponde emozionata ma decisa: «Rispettate questo momento».

La ragazza sorridente che qualche minuto dopo si affaccia alla finestra è un'altra Silvia, seppur per una manciata di secondi appena. Abbandonata la mascherina, sfodera un enorme sorriso, saluta la gente che in strada scandisce il suo nome, quindi si porta una mano al cuore e alza il pollice in segno di vittoria. A quel punto le tapparelle si chiudono per non riaprirsi più.

Una ex vicina, Carla, che da tempo non abita più qui ma sostiene di conoscere Silvia Romano sin da quando era solo una bambina ed è venuta apposta a darle il bentornata a casa, davanti a quell'apparente freddezza ci resta male: «Tutto qui? - dice a voce alta rivolgendosi a tutti e a nessuno -. È stata più disponibile a Roma». «Deve essere molto stanca - le risponde pronta la titolare della cartoleria di via Casoretto che potrebbe essere coetanea di Silvia -. E poi potrebbe aver paura, ha ricevuto molte minacce sui social...». Nelle ore successive girerà infatti insistente la voce che per la cooperante è pronta una scorta e, come in ogni congettura ben confezionata, c'è chi addirittura si arrampica parlando in gergo tecnico di «tutela fissa o mobile». La prefettura metterà in serata uno stop definitivo alla fake news che, seppur in forma dubitativa, aveva già invaso il web.

Certo: il fatto che Silvia Romano non sia circondata solo da amici che da ogni dove plaudono al suo ritorno a casa, non è un'invenzione. «Il valore di un'idea sta nel metterla in pratica. Silvia voleva fare la cooperante e lo ha fatto, per carità, tanto di cappello. Ma non si va nei paesi dove non si è desiderati... Sbaglio o questa ragazza la cooperante in Kenya l'ha fatta solo per meno di due settimane prima del suo rapimento?», si chiede Emiliano, un panettiere che ha un negozio in zona Precotto ed è venuto a fare la spesa a due passi dalla casa di Silvia, in piazza Durante -. Nell'isolamento io ho sempre lavorato, ma il mio vicino, che prima del lockdown aveva comprato e ristrutturato un bar, ora dovrà rivenderlo. Questo per dire che quei 4 milioni che hanno pagato per il riscatto mi sembrano una cifra esorbitante. Ma sto attento a come parlo perché poi mi tacciano di essere un malvagio».

Massimo, titolare di una ditta d'impianti elettrici a Lambrate, è a dir poco irritato. «Il lavoro è fermo, gli aiuti tutti bloccati, la maggior parte delle casse integrazione non sono ancora state pagate.... Quattro milioni per portare a casa una persona che volontariamente (onore al merito eh!) è andata in missione di pace e ha trascorso una prigionia talmente dura che è tornata ingrassata, convertita e che adesso si fa pure chiamare Aisha, sono davvero troppi».

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