Altra tegola sulla casa. Mef: "La cedolare secca favorisce i ricchi"

Lapecorella: fa perdere 2,3 miliardi all'anno. La toccata di Tremonti contro "i tecnici"

Altra tegola sulla casa. Mef: "La cedolare secca  favorisce i ricchi"

È cambiato il governo, ma sulla casa tira sempre una brutta aria. Ancora una volta sotto il tiro sono finiti i regimi fiscali speciali, in particolare la cedolare secca. Cioè l'aliquota del 21% (o più bassa in caso di accordo tra inquilini e proprietari).

Teatro, ancora una volta, un' audizione presso le commissioni riunite Finanze di Camera e Senato sulla riforma dell'imposta sul reddito delle persone fisiche. A prendere la parola questa volta è stato un alto dirigente del ministero dell'Economia: Fabrizia Lapecorella, direttrice del dipartimento delle finanze del dicastero. Riportando una stima della Commissione sulle spese fiscali ha sostenuto che «nel triennio 2021-2023 la cedolare secca genererà minori entrate Irpef in misura pari a circa 5,1 miliardi di euro con effetto complessivo negativo sulle entrate pari a 2,3 miliardi di euro su base annua».

Il beneficio, ha aggiunto, si concentra «su soggetti con redditi medio-alti» e «determina una diminuzione della portata redistributiva dell'Irpef a degli effetti che non sono positivi sull'equità orizzontale, in quanto redditi di uguale ammontare - ma di diversa natura - sono assoggettabili a una aliquota progressiva superiore», ha spiegato Lapecorella. Un vantaggio quindi, che si concentra per il 50% «a vantaggio del decimo di popolazione più ricco».

La tesi del dirigente del Mef è solo l'ultimo di una serie di input in questo senso arrivati quando era in carica il governo Conte.

Nessun cenno all'altra aliquota separata, quella a favore delle partite Iva (forfettario e minimi). Ma Lapecorella, alto dirigente del ministero guidato da Daniele Franco, ha preso di mira il principio generale alla base della logica delle aliquote separate criticando la flat tax. «Ho molti dubbi sulla costituzionalità di una proposta di questo tipo». Sulla base dei dati del 2019, «la proposta costerebbe tra i 3 e i 3,5 miliardi di euro su base annua». Quindi alla luce dei costi, dei «seri dubbi sulla costituzionalità», e del fatto che «la proposta è stata avanzata all'inizio di questa legislatura in un contesto totalmente diverso», in cui c'erano «vincoli di bilancio molto pesanti, derivanti dalle regole del patto di stabilità che saranno riviste», per Lapecorella «oggi l'obiettivo del policy maker debba essere diverso». Anche la riforma fiscale, che il governo ha rinviato, deve essere una «revisione complessiva del sistema fiscale» e non si dovrebbe andare «verso una direzione del tutto asistematica con potenziali profili di incostituzionalità e ovvie controindicazioni sul tema dell'equità». Una indicazione, molto politica. Pollice verso anche per l'abrogazione dell Irap che «comporta inevitabilmente la necessità di introdurre nuove forme di tassazione» per 25 miliardi. Una Irpef a tre aliquote, «23%, 33% e 43%» o quella tedesca di una «progressività continua» possono «avere effetti positivi» perché «possono ridurre le aliquote marginali effettive».

Le commissione Finanze di Camera e Senato hanno anche ascoltato l'ex ministro Giulio Tremonti. Critico verso le premesse della politica fiscale di Draghi. No a nuove tasse sulla seconda casa: «Perché in un Paese dalle grandi migrazioni» come l'Italia «la seconda casa è la prima».

Il modello danese evocato dal premier come metodo che privilegia gli input dei tecnici è «a me francamente ignoto. Può essere che sia stato tratto dalla serie Borgen», ha ironizzato per poi chiosare: «Io ho più fiducia nella politica e nel Parlamento che nei cosiddetti tecnici».

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