Altro che modello Italia contro il Covid: il governo è rimasto indietro su tutto

E Giuseppi snobba pure le critiche della Casellati: "L'intervista? Non l'ho letta"

Alla fine pure nella maggioranza c'è chi perde la pazienza. «Il comissario Arcuri?», si domanda il renziano Catello Vitiello: «In un paese normale e con un governo normale già sarebbe stato cacciato. Da noi, invece, c'è più confusione che a marzo». Anche Carmelo Miceli, responsabile Sicurezza del Pd, nel cortile di Montecitorio un istante dopo aver votato l'allungamento dello stato d'emergenza, è allibito. «Avevano quattro mesi si sfoga per coprire il fianco Sud del Paese, il più debole sul piano sanitario, dalle insidie di una seconda ondata. Non si trattava di interventi in emergenza, avevano tutto il tempo per programmarli. E invece siamo già al punto che chi si ammala gravemente di Covid al Sud per la rianimazione deve andare a Milano. È la solita follia: per il recovery fund sono stati presentati sei progetti nel settore sanitario, ma non era meglio usare il Mes e usare quelle risorse per altro? Al solito siamo rimasti bloccati per un problema di ideologia comunicativa grillina».

Cos'è successo? Semplice, mentre la seconda ondata del contagio avanza, mentre si blatera sui tempi di uno Stato d'emergenza che vista l'efficacia è solo nominale, si scopre che da maggio ad oggi non sono state costruite nuove trincee contro l'epidemia: ora abbiamo le mascherine (ci mancherebbe altro!) ma i posti di terapia intensiva sono gli stessi di prima, scarseggiano i reagenti per i tamponi, latitano i vaccini per l'influenza. Sorvoliamo, per carità di patria, sulle condizioni della scuola.

In questi mesi si è parlato in tutte le salse, nei talk show e in Parlamento, dei rischi insiti nella seconda ondata, ma nel contempo tutto è rimasto fermo. Siamo arrivati all'assurdo che il 19 maggio scorso il governo ha stanziato quasi un miliardo e mezzo per realizzare posti di terapia intensiva; che il 19 maggio, appena 10 giorni dopo le Regioni un record per i tempi delle nostre amministrazioni locali hanno comunicato il loro fabbisogno e i possibili piani; e che, invece, solo quattro mesi dopo, il due ottobre, il Commissario Arcuri, dotato di tutti i poteri speciali di questo mondo, si scomodasse, bontà sua, per pubblicare il bando per la realizzazione delle opere. Come se la strategia per la lotta contro il virus prevedesse il surplace e non la corsa contro il tempo. Siamo passati dal governo del «giorno dopo», a quello «dei mesi dopo». Risultato: probabilmente arriverà prima il vaccino contro il Covid che i nuovi posti di terapia intensiva. Conseguenza: in una Campania già ingolfata negli ospedali, spediscono i malati gravi in Lombardia. «Siamo si inalbera Piero De Luca, che per l'occasione sfodera la voce arcigna del papà governatore in clamoroso ritardo su tutto». L'opposizione è ormai senza parole: «A maggio con il decreto Rilancio denuncia l'azzurra Annamaria Bernini - dovevano essere messi in sicurezza 7.500 posti provvisori di terapia intensiva, siamo ad ottobre ma di cantieri non c'è traccia: a cosa è servito lo stato d'emergenza?». «È un atteggiamento criminale sbotta Renato Brunetta -: se prendevi a giugno il Mes, a luglio avevi già i soldi per fare gli interventi necessari. Invece, siamo al nulla. Lo stato d'emergenza senza Mes è come se i pompieri volessero spegnere un incendio con la cisterna vuota».

La definizione più azzeccata sarebbe quella di «immobilismo arrogante». Il motivo è semplice: Giuseppe Conte non è il primo premier che per amore di coalizione, per evitare che la sua maggioranza deflagri, sta fermo. Andreotti e Forlani erano maestri in quest'arte. Ma, almeno, con un pizzico di ipocrisia, lo celavano. Conte e i suoi accoliti non lo nascondono, non se ne vergognano, anzi, appunto con arroganza, quasi lo rivendicano. Addirittura il premier, marcando uno strappo al galateo istituzionale, ha liquidato l'intervista in cui la presidente del Senato Casellati, seconda carica dello Stato, accusava il governo di fare zero fatti e «tante parole», con un gelido: «Non l'ho letta». Tutto è fermo. Lo stato d'emergenza è stato allungato, a parte l'obbligo delle mascherine, con le stesse misure. È come se il governo, alimentando la propria presunzione, si sia cullato in questi mesi sull'«immagine» del «modello Italia» lodato all'estero, dimenticando una volta per tutte va ricordato che ancora oggi, in proporzione alla popolazione, il Covid ha provocato più morti in Italia che non negli Stati Uniti (basta fare i conti per credere). E che ieri abbiamo toccato i 3mila 700 nuovi contagi giornalieri: è stata superata, per dirla con le parole del virologo Andrea Crisanti, la soglia che desta «preoccupazione». Intanto, però, governo e maggioranza sul Mes fanno «ammuina»: ieri sull'argomento la Camera ha approvato una lunga risoluzione spacciata dai piddini come un'apertura; in realtà, il documento descrive pedissequamente cos'è il Mes e come ci si può ricorrere, concludendo che è una scelta «di carattere meramente politico» e che non può prescindere dal coinvolgimento del Parlamento. Insomma, l'apoteosi del superfluo. E nel contempo i grillini, che ormai somigliano sempre più alle correnti della vecchia dc, litigano, ad esempio, sulla nomina del presidente dell'Enac: l'avvocatessa bolognese, Anna Masutti, portata da un pezzo di 5stelle e dal Pd e sponsorizzata da Vito Pertosa, azionista di controllo di Angel multinazionale italiana dell'industria aereonautica, versus l'avvocato Lo Presti, un curriculum quarantennale di presenza nelle aziende di Stato, sponsorizzato da un'altra delle anime grilline.

In questa situazione, pensando alla velocità di reazione del governo, bisogna incrociare le dita nella speranza che il contagio non raggiunga le vette degli altri Paesi europei. Non rimane che affidarsi alla scaramanzia. Anche perché sugli altri leader della coalizione giallorossa è difficile contare. Giorni fa Nicola Zingaretti, al termine di una conferenza stampa, ha litigato con la mascherina, gli è caduta per terra e con nonchalance, soprassedendo sulle regole igieniche, l'ha rindossata: tutto ripreso in un video che ha fatto impazzire il popolo del web. Il governatore del Lazio, invece, a sua volta rischia di impazzire per il rigore imposto da Vincenzo De Luca. «Il rischio è che i campani si è sfogato ieri con i suoi Zingaretti siano spinti dai tempi di chiusura draconiani di locali e ristoranti imposti dal Savonarola di Napoli, a sconfinare per divertirsi nella provincia di Latina. Per cui o imponiamo gli stessi orari, o rischiamo in futuro di dover decidere un lockdown». Strategia paradossale, diciamo un po' casareccia: se avesse senso chiudendo Latina, allora, la movida napoletana potrebbe riversarsi su Roma. Eppure basterebbe un po' di buonsenso che non sembra vada d'accordo con lo spirito giallorosso: mentre a Montecitorio, si usa ancora il testo sierologico per il Covid, che fotografa la condizione del deputato tre giorni prima; a Palazzo Madama, siamo già al tampone molecolare o a quello rapido che garantisce una diagnosi al presente del senatore. Sarà solo un caso, ma, a quanto pare, sembra che ci siano più contagiati nel reame di Fico che non nel regno della Casellati.

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Commenti

Giorgio5819

Gio, 08/10/2020 - 18:51

...é avanti solo nell'importazione di clandestini e nel loro spargimento capillare in tutta Italia. Il virus é il cialtronismo di questo governo.