Leggi il settimanale

Altro che puniti: carriere brillanti per le toghe del caso Tortora

Il giudice Fontana negò persino l'errore giudiziario

Altro che puniti: carriere brillanti per le toghe del caso Tortora

Dove eravamo rimasti? Il procuratore Felice Di Persia, che ordinò il blitz contro Tortora, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del Csm per la corrente di Magistratura indipendente. Lucio Di Pietro, il procuratore che affiancò Di Persia, è diventato procuratore generale a Salerno e poi procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Il magistrato Luigi Sansone, negli anni Duemila, è diventato presidente della Sesta sezione penale della Cassazione. Il procuratore Diego Marmo, l'uomo che aveva definito Tortora "cinico mercante di morte", e che l'aveva accusato di essere "stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra", è diventato procuratore capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Avete letto bene. L'altro giudice di Tortora Orazio Dente Gattola (Dente fa parte del cognome) negli anni Duemila è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata. Anche un altro giudice, Angelo Spirito, nel 1998 risultava già in servizio alla Corte di Cassazione.

Il giudice istruttore Giorgio Fontana merita invece un approfondimento: durante un interrogatorio tentò di ingannare Tortora dicendogli: "Ma lo dica Tortora, lo dica che lei usava droga... Non è mica un reato, sa?"; Fontana poi gli rifiutò i domiciliari dicendo che per i suoi guai di salute sarebbe bastato un trattamento farmacologico (in carcere) anche in virtù della "pericolosità dell'imputato", del resto "rimetterlo in libertà comprometterebbe le esigenze di tutela della collettività"; quando poi Tortora fu assolto, e il ministro Giuliano Vassalli annunciò dei provvedimenti, Fontana divenne furibondo: "È una vergogna, non intendo subire alcun procedimento disciplinare, mi dimetto dalla magistratura, il ministro ha rispolverato il caso solo per motivi politici, lo denuncerò per interesse privato in atto d'ufficio". Va detto che Fontana mantenne la promessa: si lasciò decadere dal servizio" e fece l'avvocato a Napoli, malgrado l'Avvocatura vietasse ai magistrati di esercitare nel distretto in cui avevano operato in precedenza: tra i suoi assistiti Gianni Melluso detto "il bello", pentito e calunniatore di Tortora che restò nel programma di protezione per molti anni e che nel 1992 rilasciò un'intervista e tornò a calunniare Tortora. Anni dopo, nel 1995, Melluso racconterà di aver inchiodato Tortora seguendo un copione che i magistrati gli avevano suggerito di recitare in cambio della libertà: ma era pur sempre la parola di un pentito. Per chiudere il capitolo Giorgio Fontana: dieci anni dopo l'assoluzione di Tortora, disse che "non ci fu errore giudiziario, come molti si ostinano a ripetere".

E a proposito di assoluzioni: nessuno cita mai Michele Morello, il giudice che assolse Tortora in Appello anche se non fece, diversamente da qualche collega sopra citato, una grande carriera: passò alla Procura circondariale e solo alla fine divenne Procuratore generale a Campobasso. Non solo: Morello fu messo sotto procedimento disciplinare al Csm per una dichiarazione rilasciata ai giornalisti subito dopo la lettura dell'assoluzione di Tortora: "Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto", frase che fu ritenuta "violazione del segreto della camera di consiglio", anche se il fascicolo, forse per imbarazzo, fu lasciato estinguere per prescrizione dal Csm.

E a proposito del Csm: il plenum, riunito nell'aprile 1989, votò a maggioranza l'archiviazione di ogni accusa nei confronti dei magistrati; tra i pochi a ribellarsi ci fu Gian Carlo Caselli, che parlò di "sciatteria" e di "gravi omissioni" dei colleghi napoletani oltreché di gente arrestata per omonimia e tenuta in galera per due anni e mezzo. Inoltre: le ispezioni ministeriali promosse dal guardasigilli Giuliano Vassalli non diedero risultati, Vassalli ci riprovò ancora ma senza risultati. Più in generale: ogni causa al tribunale civile di Roma e alla Corte europea dei diritti dell'uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità disciplinare. Nessuna toga ha ufficialmente sbagliato per il caso Tortora. I magistrati accusatori di Tortora querelarono semmai vari giornalisti e denunciarono per calunnia gli avvocati che avevano vanamente promosso una causa contro di loro, tipo Giandomenico Caiazza e Vincenzo Zeno-Zencovich; tra i giornalisti fece rumore invece una querela contro Giuliano Ferrara, la quale, pure, registrò un perfetto silenzio dell'Ordine dei giornalisti e anche dell'Usigrai - Ferrara aveva un programma su Raitre.

Dove eravamo rimasti? Per ora siamo fermi alla miglior biografia su Enzo Tortora che abbiamo mai letto in assoluto, "Applausi e sputi" di Vittorio Pezzuto appena rieditata da Piemme: qualcosa che dovrebbero leggere e rileggere colleghi, avvocati, magistrati, cittadini e scolari che credono di sapere e invece non sanno, credono di ricordare e invece non

ricordano, credono che ogni tanto succeda ancora qualcosa, nel mondo della malagiustizia italiana, e invece è già successo tutto: ma di più. E quindi: dove eravamo rimasti? Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c'è un referendum.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica