Un altro sogno di pace nel nome di Abramo

Nostro padre Abramo ha avuto molto da fare negli ultimi tempi, e sempre per il bene dell'umanità, come del resto è sua abitudine

Un altro sogno di pace nel nome di Abramo

Nostro padre Abramo ha avuto molto da fare negli ultimi tempi, e sempre per il bene dell'umanità, come del resto è sua abitudine. «Lech lechà» gli comandò il Creatore, «alzati e vai», e da allora è iniziata l'avventura del monoteismo. Purtroppo, gli hanno dato da fare i due figli Isacco e Ismaele, la cui eterna disputa ci ha inseguito fin qui. Il Papa è andato coraggiosamente a Mosul, a Najaf e oltre per ricordare il messaggio di Abramo: Dio è invisibile, infinito, e vicinissimo, pieno di amore e di esigenze verso l'uomo, prima fra queste la pace. La pace è giusto un attribuito morale del monoteismo figlio dell'ebraismo, fondatore dello spirito umano in termini moderni che comprende il cristianesimo e l'islam.

Il Papa, incontrando Ali al Sistani dopo le atroci sofferenze cristiane per mano dell'Isis e dell'insieme dell'islam politico in questi anni, ha incontrato il più adatto fra gli interlocutori nel campo sciita, quello che ha sofferto tradizionalmente nel mondo islamico la sua condizione di minoranza povera, ma anche quello che oggi, a causa del regime iraniano, incarna le questioni attuali più spinose: l'imperialismo, l'arricchimento atomico, la persecuzione delle minoranze. Ma Sistani è una eccezione famosa. È un moderato, è cauto e potente coi politici, ha cercato di placare i suoi dopo il 2003 e di contenere gli attacchi agli americani, ha spinto con forza alla guerra all'Isis, mantiene un rapporto con l'Iran senza mostrargli devozione. Il Papa ha studiato bene la situazione: come si collegò al campo sunnita nel campo ad Abu Dhabi del 2012, così adesso ha il suo partner sciita per proteggere i cristiani nel nome di Abramo. Questo nome così riprende un opportuno accento politico, dopo che è diventato una stella splendente fra settembre 2020 e gennaio 2021 coi rivoluzionari patti Israele e diversi Paesi di religione islamica.

Oggi il Papa si ispira di nuovo all'ecumenico padre delle tre religioni per disegnare un futuro di pace in cui siano inclusi i cristiani del Medioriente che hanno sofferto tanto. In Irak prima del 2003 i cristiani erano più di 1,5 milioni, oggi sono meno di 200mila; una situazione simile a quella della Siria, dove da 2 milioni sono calati a meno di 700mila.

Il Papa non ha menzionato quel sommovimento pacifico che ha avvicinato Israele a Uae, Bahrain, Marocco, Sudan e ancora oggi è un treno in corsa. È un risultato molto vicino alla sua idea su Abramo che «seppe sperare contro ogni speranza» e che ha fondato le basi comuni per «la famiglia umana». La forza rivoluzionaria dell'idea di vicinanza fra gli uomini, del loro comune interesse per il futuro dei figli, per la pace, per il progresso civile, lo si è soprattutto avvertito nel calore personale, per niente burocratico, per niente gelidamente interessato, che musulmani e ebrei hanno sviluppato in questi pochi mesi affacciandosi gli uni verso gli altri. La passione simpatetica per la realizzazione della pace di Abramo negata per decenni dal veto palestinese e iraniano, è tangibile nell'entusiasmo che caratterizza pure nella pandemia le migliaia di nuovi contati e scambi umani.

Il Papa ha aperto adesso una strada che speriamo altrettanto fruttuosa. Peccato che il governo iracheno abbia ignorato gli ebrei iracheni contro le speranze del Vaticano stesso. E non li abbia invitati alle cerimonie scordando la loro millenaria storia, poi cacciati e perseguitati da centinaia di migliaia che erano. Il Papa ha ringraziato il Signore per avere dato Abramo a ebrei, cristiani, musulmani. E se gli ebrei non c'erano, c'era però la comune speranza.

Speriamo marcino insieme come fratelli, anche se sappiamo già che i loro oppositori sono forti, agguerriti, e variano dall'Isis, al Qaida, Hamas, Hezbollah a tutti gli Stati che li sostengono, Iran in primis. Ma i patti di Abramo ora sono due.

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