Anche la Treccani si scopre sessista: lascia gli epiteti ai gay, li toglie alle donne

Nei "Sinonimi e contrari" alla voce "omosessuale" ci sono anche gli insulti

Anche la Treccani si scopre sessista: lascia gli epiteti ai gay, li toglie alle donne

C'è un pensiero profondo, radicato a destra come a sinistra, sulla percezione della diversità sessuale. Va ben oltre la nota vaticana sul ddl Zan e investe in modo pesante la scuola, l'università e l'editoria.

Il discorso prende avvio dall'antica Grecia, col suo modello «tanto invocato dai difensori della libertà omosessuale», e prosegue bellamente. L'omosessualità maschile può focalizzarsi «su un adolescente, su un uomo maturo, su un uomo anziano, o ancora, nel caso della pulsione pedofila, su un bambino impubere». Le relazioni omosessuali fra uomini «si riducono, nella maggior parte dei casi, a brevi incontri con un partner sconosciuto che non si vedrà mai più. Queste relazioni maschili furtive sono caratterizzate dalla clandestinità e assomigliano ai comportamenti degli adolescenti quando temono di essere rimproverati dai genitori. Pochi omosessuali stringono relazioni passionali». L'omosessualità femminile? È «diretta a rimarginare una ferita ancora troppo minacciosa». La donna, opponendosi al desiderio del maschio, sconterebbe il trauma prepuberale di essersi arrestata «a uno stadio dello sviluppo affettivo che precede quello della differenziazione sessuale». L'ingombrante immagine paterna, che «può suscitare paura, odio, essere rifiutata oppure troppo amata», finirebbe per farla regredire e ostacolare in lei la «possibilità di amare un altro uomo». Intanto quella donna, onde «evitare» l'altro sesso, potrebbe aver intrattenuto «relazioni incestuose con un padre o con un fratello».

Gay anaffettivi, immaturi e potenziali pedofili e povere lesbiche traumatizzate da bambine. Pensi a Mario Adinolfi, oppure a Silvana De Mari, e scopri invece trattarsi di un noto psichiatra e sessuologo francese. Gli estratti provengono dalla voce «omosessualità» (2000) redatta da Philippe Brenot per L'Universo del corpo (1999-2000), un'opera in 6 volumi liberamente consultabile in rete. È edita da quella stessa Treccani che ultimamente, accogliendo le rimostranze di una lettera pubblica (107 i firmatari), ha depennato dalla voce «donna» dei suoi Sinonimi e contrari (2003), anch'essi on line, un bel po' di equivalenti volgari di buona donna, donna da marciapiede, ecc. (da cagna a zoccola), lasciando sopravvivere solo prostituta.

Bardassa, buco, checca, culattone, culo (rotto), finocchio, frocio, invertito, recchione. Sono i più «fioriti» corrispondenti di omosessuale snocciolati in quel repertorio. L'Istituto della Enciclopedia Italiana potrebbe dotare il termine omosessuale delle opportune avvertenze, come ha fatto per «donna» in varie sue opere, compresi i Sinonimi e contrari, sottolineandone la «caratterizzazione negativa o offensiva» (https://www.treccani.it/vocabolario/donna), o potrebbe decidere di cassare quelle voci denigratorie. Sarebbe però, in questo caso, l'ennesimo cedimento agli eccessi del politically correct, avendo un dizionario il preciso compito di registrare l'esistente.

L'incredibile contenuto della voce «corpo» redatta da Brenot, frutto di una precisa impostazione teorica «medico-scientifica», è ovviamente tutt'altra faccenda. Lo studioso, peraltro, è recidivo. L'8 aprile 2011, rispondendo sul quotidiano Le Monde a una domanda di un internauta, sostenne che la psicanalisi considerava l'omosessualità una perversione: «ciò che la maggior parte degli omosessuali non accetta perché non si ritiene malata».

Sull'affaire Brenot, cara Treccani, non ci sono scusanti. Quel corpo deve sparire.

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