Ma è ancora da rimuovere la nebbia sulle foibe

Ma è ancora da rimuovere la nebbia sulle foibe

Caro direttore,

su Repubblica Michele Serra ha dedicato la sua «Amaca» al Giorno del Ricordo. Ma lo ha fatto non limitandosi a commemorare le vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata bensì indicando nella «scellerata nazionalizzazione fascista» l'antefatto che spiega la pulizia etnica operata dall'esercito di liberazione jugoslavo. Fu rappresaglia per le violenze subite? Anche, ma non solo. E le altre ragioni non sono mai state abbastanza raccontate.

Pongo alcune domande: se le foibe e l'esodo fossero stati esclusivamente la reazione a queste violenze perché per decenni non se n'è parlato? Perché è stato censurato l'eccidio di Porzûs? Perché è calato il silenzio sulla strage di Vergarolla? È così difficile ammettere che italiani senza colpe, se non quella di sentirsi italiani, furono uccisi o costretti all'esilio? Perché i «giustificazionisti» non citano mai l'ambizione titina di fare della Venezia Giulia la settima repubblica jugoslava, con l'aiuto dei partigiani delle brigate Garibaldi?

Da qui l'imbarazzo della sinistra: parlare delle vicende del confine orientale significherebbe parlare del tentativo di sistematica eliminazione di chi si opponeva all'annessione di Trieste e della Venezia Giulia; dover ammettere le responsabilità del Pci; rimettere in discussione una narrazione che ha dominato per decenni. Meglio continuare a circoscrivere tutto a un rapporto di causa-effetto, o deviare l'attenzione sulle polemiche politiche, come ha fatto il Pd a Basovizza. Se il centrodestra ha fatto proprio questo tema è perché la sinistra nei decenni lo ha rimosso.

Il compianto Arrigo Petacco scrisse: «Quando la guerra finisce, le bugie dei vinti sono smascherate, quelle dei vincitori diventano storia». A distanza di settantacinque anni abbiamo il dovere di dissolvere la coltre di nebbia calata su questa drammatiche vicende. E lo possiamo fare solo raccontando tutto, senza omettere per convenienza alcuni capitoli bui.

La storia non è un'amaca che oscilla da una parte all'altra. La storia è una sedia scomoda sulla quale sedersi per raccontare e ascoltare. La sedia simbolo delle masserizie accatastate dagli esuli giuliano-dalmati nel Magazzino 18 al porto vecchio di Trieste, pagina splendidamente raccontata da Simone Cristicchi, non certo un pericoloso reazionario. Scendano dall'amaca, e si fermino a riflettere. E soprattutto a rendere omaggio a chi ha pagato a caro prezzo l'attaccamento all'Italia. Senza distinguo, almeno nel Giorno del Ricordo.

*coordinatrice regionale di Fi Friuli Venezia Giulia

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