Thomas Jefferson sta tornando a casa e per Donald Trump non è una buona notizia. C'è anche questo confronto metafisico, ma reale, sulla storia dei dazi. La Corte Suprema ha messo un limite all'azione del presidente, ricordando a tutti che gli Stati Uniti non sono deragliati. La democrazia più antica del mondo moderno non è mai stata perfetta e forse non vuole neppure esserlo, ma non è facile da buttare giù con la tentazione dell'uomo solo a comando, perché i contrappesi ancora ci sono e quando serve si fanno sentire. L'America è sopravvissuta alla nascita del populismo, ai giornali di massa al servizio di Andrew Jackson, a una guerra civile che ha scaraventato l'umano all'inferno e le piaghe ancora se le porta sulla pelle, ai voli di Charles Lindbergh sulle ali di un superuomo troppo stupido per essere vero e alla fine delle illusioni e delle utopie. Trump non è così forte da sottomettere l'America. Sei giudici contro è il verdetto finale. I dazi globali imposti a amici e nemici si reggono su una legge sbagliata. Quella norma varata da Jimmy Carter nel 1977 per imporre tariffe doganali contro l'Iran senza passare dal Congresso non può essere evocata da Trump. L'Emergency Economic Power Act non gli consente di impostare un potere fiscale così ampio senza autorizzazione. È proprio qui che torna Jefferson. È la preoccupazione, politica e filosofica, di uno dei padri fondatori verso il potere eccessivo del governo. È la fissa per Montesquieu che i compagni di rivoluzione non sempre condividevano. È lo scontro titanico con i federalisti di Alexander Hamilton, che già stavano disegnando un'America imperiale. Alexis de Tocqueville lo aveva capito subito: il punto debole della democrazia sono le masse. "Quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime e non sono disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge".
Il presidente non può fare tutto quello che vuole e non importa se si sente legittimato da milioni di voti. La democrazia non funziona così. Il bello di questa storia è che a ricordarglielo sono il decano John Roberts Jr, nominato da Bush nel 2005 e che ha scritto la sentenza, e poi due giudici scelti proprio da Trump. Neil Gorsuch nel 2017 ha preso il posto di Antonin Scalia. È uno di quei conservatori tutti di un pezzo che difende la Major questions doctrine. È un principio sacro per disinnescare gli abusi dello Stato federale. Il senso in breve è questo: ci sono questioni troppo grosse per essere affidate solo al presidente. I dazi globali sono appunto uno di quei casi in cui serve il permesso esplicito del Congresso. Non ci sono santi e scorciatoie. Roberts è di destra ma come Jefferson considera la divisione dei poteri un principio inderogabile.
Amy Coney Barret ha 54 anni e viene dall'Indiana, ma è cresciuta in una famiglia cattolica di New Orleans. È arrivata alla Corte Suprema nel 2020. La sua dottrina politica si può definire "originalism". È la scelta di riferirsi alla Costituzione senza troppi voli pindarici. L'obiettivo, in breve, è quello di tutelare i diritti universali dalle simpatie ideologiche dei giudici.
Ecco allora il punto. I giudici che Trump accusa di tradimento sono come gli sceriffi di El Dorado, quel vecchio western con John Wayne e Robert Mitchum dove la legge torna per strappare l'Occidente dai suoi stessi demoni.