Antimafia a pezzi, giù le mani da Falcone

Antimafia a pezzi, giù le mani da Falcone

Oggi l'Antimafia militante sarà a Palermo a battersi il petto, a dire «mai più», a chiedere giustizia. A nome di chi? Non di Giovanni Falcone, not in his name direbbero in America. Dove la verità sulla strage di Capaci la sanno bene. Sembra che Falcone fosse andato lì per incontrare Buscetta dopo il delitto Lima per cercare di capire cosa stesse accadendo. Ma non ci sono certezze. Stando a I diari di Falcone di Edoardo Montolli (Chiarelettere) dei telefonini clonati in mano ad alcuni componenti del commando chiamarono negli Usa prima di schiacciare il bottone. Secondo la ricostruzione più accreditata fu Gioacchino La Barbera, oggi pentito, a farcire l'autostrada di tritolo e a dare il segnale a Giovanni Brusca. Forse. O forse no. E tra loro c'era davvero un misterioso artificiere americano legato a John Gotti che avrebbe fatto da «consulente»? Forse. Lo disse qualche anno fa il killer pentito Maurizio Avola, le cui rivelazioni choc sul ruolo dei servizi nel libro Nient'altro che la verità (Marsilio)

di Michele Santoro oggi hanno spaccato l'antimafia militante. Eppure fu proprio Santoro a «uccidere» Falcone, sottoponendolo al linciaggio tv per aver scelto di lavorare al ministero della Giustizia: «Pensavo si fosse fatto strumentalizzare con il Palazzo e da Giulio Andreotti, ormai non più organico a Cosa nostra. Ho sbagliato», ha detto l'altra sera in tv. Troppo tardi. Oggi a onorare la sua memoria ci sarà il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che lo accusò di tenere segrete molte delle prove contro i mandanti politici di alcuni delitti eccellenti. Andreotti pensava che i veri mafiosi fossero nella Rete di Orlando, come rivela il cablogramma dell'intelligence Usa riportato nel libro La Seconda Repubblica. Origini e aporie dell'Italia bipolare (Rubbettino) di Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi e Andrea Spiri. Falcone è morto quando il Csm - per un gioco di correnti tra toghe di sinistra - gli preferì Antonino Meli. Falcone morirà quando salterà l'ergastolo ostativo e si farà lo stesso col carcere duro. Guarda caso «il sistema di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone e tra gli obiettivi della campagna stragista del 1992-1994», dice Antonino Di Matteo, la cui colpa è aver creduto alle panzane di Vincenzo Scarantino ed aver spinto molto più in là la verità sulla morte di Paolo Borsellino. Ma siamo certi che anche lui sarà lì... Per non parlare dei giornalisti apostoli dell'Antimafia legati all'ex vicepresidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante. Perché Falcone è morto anche quando Repubblica lo definì «un guitto», «un ansioso esibizionista dominato da quell'impulso irrefrenabile a sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi tv». Falcone muore ogni volta che un pm tira in ballo Silvio Berlusconi come «mandante esterno delle stragi del 1992-1993», lui che definiva «il sospetto l'anticamera della verità», Falcone muore quando magistrati come Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino o Sebastiano Ardita finiscono tra i veleni del regolamento di conti tra toghe. Falcone è morto, i suoi assassini quotidiani sono ancora tra noi, a piangere lacrime di coccodrillo.

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