Aprire a tutti i costi: il segreto di Nerini che piangeva i morti (e mentiva ai pm)

Dopo la strage il gestore dell'impianto si diceva "provato e vicino alle famiglie". La promessa di "aiutare coi giudici", poi lo scaricabarile. Il business doveva assolutamente ripartire dopo il lockdown

Aprire a tutti i costi: il segreto di Nerini che piangeva i morti (e mentiva ai pm)

Lui sapeva tutto, dall'inizio. Fin dalle ore terribili di domenica, quando lo hanno visto aggirarsi tra i boschi e i sentieri alle pendici del Mottarone, guardare livido i resti accartocciati e insanguinati della cabina della sua funivia. In quelle ore Gigi Nerini appariva quasi come una vittima anche lui del disastro, un uomo investito da una tragedia inspiegabile. E invece Nerini sapeva. Mentre tutti si chiedevano come fosse stato possibile che dopo lo schianto del cavo portante non fossero scattati i freni a impedire la catastrofe, lui dentro di sè custodiva una risposta. E se il dolore per le vittime avesse prevalso sul desiderio di salvare se stesso, avrebbe potuto il giorno stesso andare dai carabinieri, lì, sui prati di quest'angolo di paradiso trasformato in inferno, e dire: io lo so. So che la cabina si è schiantata perchè da due mesi c'era una rogna che non sapevamo risolvere, il freno che scattava a casaccio, senza motivo, e fermava tutto. Allora abbiamo messo il forchettone. Abbiamo disattivato il freno.

Ma Nerini non lo ha fatto, ha tenuto il suo segreto per sè. Non ha taciuto, ha fatto di peggio: ha mentito. Questo cinquantaseienne figlio di papà, erede del business di famiglia, ha millantato dolore e voglia di verità. «Nerini è molto provato», diceva in quelle ore il suo difensore, «sappiamo che il cavo trainante si è rotto, il resto sono solo ipotesi». Invece non erano ipotesi affatto, e lui lo sapeva, c'era il forchettone piazzato da Gigi e dai suoi tecnici per non dovere chiudere l'impianto: ed è in fondo facile immaginare il processo mentale, il business che riparte dopo il lockdown, le belle giornate, i turisti finalmente in coda. Così ecco la trovata, il forchettone che disattiva il freno. E amen se come spiega ieri Valeria Ghezzi, presidente degli esercenti funiviari, «bloccare i freni equivale a un attentato» Il l cavo non si è mai spezzato, vuoi che si spezzi proprio adesso?

Invece il cavo si spezza. E domenica, dopo avere finito di vagare tra i resti, Nerini fa la mossa più indigeribile, e si catapulta da solo nell'Olimpo degli Schettino, tra i comandanti che nelle tragedie pensano solo a salvare se stessi. Piange lacrime pubbliche di coccodrillo, «la società esprime il proprio cordoglio e la propria vicinanza alle famiglie in questo momento di dolore», dice lunedì; il giorno dopo comincia a pensare anche a se stesso, «spiace per le vittime, la collaborazione con gli inquirenti è iniziata da subito». E invece la collaborazione è una presa in giro, un gioco a rimpiattino per nascondere le proprie colpe. «Tutti i controlli, le verifiche e la manutenzione sono a posto», dice martedì all'Adnkronos, anche se sa bene che problemi non sono nè i controlli nè le verifiche ma quel forchettone piazzato sull'impianto.

D'altronde la storia di Nerini e della funivia che dal Verbano sale in montagna è da sempre una storia di pasticci, di manutenzioni mai fatte o fatte male: al punto che già nel 1997 il degrado e l'insicurezza erano tali da far revocare l'appalto alla famiglia di Gigi. Che però è da sempre una famiglia che sa muoversi bene nella politica del posto, e anche quella volta riesca a tornare in sella, i costi per la manutenzione vengono rifilati in buona parte al Comune e alla Regione, i Nerini ci mettono il resto e portano a casa gli incassi, centomila biglietti l'anno, dividendi assicurati oltre ai centomila euro di stipendio che Gigi assegna a se stesso. Ma fin qua sarebbe una storia ordinaria di astuzie e sottobosco. Ma poi arrivano il Covid, il lockdown, quei due milioni e mezzo di prestiti da ridare in qualche modo alle banche: e quando finalmente si può ripartire, ecco quel maledetto impianto frenante che si mette di mezzo, e rischia di mandare a ramengo la stagione. Così arriva l'idea del forchettone.

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