Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, da tre giorni è impegnato 24 ore su 24 nella gestione della tragedia di Crans-Montana
Come si sta muovendo la Protezione civile italiana a Crans- Montana?
"Una sciagura, un dramma, una tragedia di questa natura, quando accade in territori stranieri presuppone l'attivazione di quello che si chiama il meccanismo unionale".
In che consiste?
"Le autorità dello stato colpito, attraverso Bruxelles, chiedono l'intervento di Paesi stranieri. E in alcuni casi indicano anche quali".
È successo così?
"Sì. Noi siamo stati attivati attraverso il nostro ministero degli Esteri. Io ho firmato immediatamente un decreto col quale dichiaravo lo stato di mobilitazione generale".
Che vuol dire mobilitazione generale?
"Vuol dire che si mobilitano tutte le strutture del Servizio nazionale della Protezione civile. Da quel momento tutte le risorse umane e materiali richieste dalle autorità svizzere possono essere attivate e coordinate dal nostro dipartimento".
L'Italia si è fatta trovare pronta?
"Non abbiamo perso un solo minuto".
Signor ministro, ma come è possibile che in un paese come la Svizzera non ci siano strutture sanitarie capaci di intervenire in una emergenza come questa, e si sia costretti a chiedere l'aiuto di eccellenze italiane come il Niguarda?
"Data la natura delle ferite, parliamo di grandi ustioni, si rendono necessarie strutture sanitarie altamente specializzate. Probabile che non tutti gli ospedali svizzeri abbiano reparti altamente specializzati, ma ogni ospedale elvetico è stato comunque mobilitato. La prima fase è quella del ricovero e della stabilizzazione dei feriti. Nelle ore successive si individua la soluzione migliore per il paziente, che può essere sia il trasferimento in una struttura meglio dotata in Svizzera o in strutture in paesi vicini".
Ci sono notizie degli italiani feriti?
"Ogni sei ore credo venga emesso un bollettino medico. Le notizie cambiano di minuto in minuto. Sappiamo che due o tre, fra i feriti, sono gravi o gravissimi, altri lo sono meno. Io non sono medico ma questa dell'ustione è una patologia assolutamente variabile. La pelle bruciata può provocare infezioni impreviste e devastanti. Le condizioni dei feriti possono cambiare da un momento all'altro".
Ci resta la speranza?
"Sperare è un obbligo. Da genitori e da nonni prima che da esponenti di governo. Abbiamo il dovere di sperare che il bilancio, già disarmante, non si appesantisca. Decine e decine di morti è già un fardello insopportabile".
Sui dispersi può dire qualcosa?
"Purtroppo non abbiamo novità. Quando è coinvolto un Paese straniero, l'unità di crisi si attiva presso la Farnesina. Abbiamo un'unità di crisi anche di Protezione civile al dipartimento, sin dalle prime ore. Funziona da coordinamento e da supporto. Sui dispersi si vive tutti l'angoscia dell'attesa ed è davvero una tragedia nella tragedia".
I soccorsi sono stati fatti nel modo giusto? O era possibile fare di più?
"Quando arriva la fiamma addosso il danno è già fatto. Il fuoco è inesorabile, brucia tutto prima dei soccorsi. Ho ascoltato tantissimi commenti in questi giorni, di giornalisti, di opinionisti, tutti improntati a perplessità per le condizioni antincendio di quel locale".
Commenti giusti?
"Nessuno si è domandato: in Italia una tragedia del genere potrebbe accadere?"
Glielo chiedo io. Potrebbe?
"Sì, potrebbe. È difficile escluderlo, anche se speriamo mai. Aldilà dei locali autorizzati, la creatività dei giovani appronta spesso locali improvvisati, talvolta in luoghi nati per essere garage o cantine. Possiamo credere che siano locali sicuri e a norma?"
E allora cosa bisogna fare?
"Abbiamo bisogno di promuovere una cultura della prevenzione. Siamo bravissimi noi italiani a commuoverci. Bene, giusto. È così perché siamo un popolo molto sensibile. Però, purtroppo, passata la spinta emotiva, non abbiamo più la percezione del rischio. E invece bisogna fare qualcosa di più per proteggere e proteggerci. Prevenzione ed educazione civica: come si fa in molti altri paesi".
Ma noi abbiamo una buona legge. O no?
"Sì, una ottima legge che fu varata subito dopo la tragedia dell'incendio al cinema Statuto, a Torino, nel 1983: 64 morti. Ma non basta la legge. Servono le verifiche periodiche".
Come le intende?
"Che se un proprietario di locale ottiene l'autorizzazione, perché ha messo tutto a norma, ha garantito di essere dentro la legge etc. etc., e poi, dopo un mese o un anno, apporta delle modifiche, aumenta il materiale non ignifugo, magari chiude una uscita di sicurezza, lascia scadere gli estintori Capisce che la legge non serve a niente se non mi accerto che sia rispettata non solo in partenza, ma sempre".
Secondo lei bisogna aumentare i controlli? Anche qui in Italia?
"Non c'è dubbio. La tragedia della Svizzera ci richiama alla necessità di effettuare periodiche verifiche a campione di tutti i sistemi di sicurezza e antincendio dei locali di assembramento".
C'erano ragazzini anche di 13 anni. Sembra che in quel locale si desse da bere ai minorenni. E sarebbe proibito.
"La Svizzera non fa parte dell'Unione Europea. Perciò non è tenuta a recepire quelle norme, e comunque credo abbia norme molto rigorose".
La morte dei ragazzi è la cosa più atroce che può accadere in qualunque società
"Lo so benissimo. Troppo bene. Sopravvivere alla morte di un figlio è il dolore più atroce. Ho perso un figlio che aveva 30 anni. L'ho perso in pochi secondi. Era in bagno, si stava preparando. Un infarto fulminante. Non ero in casa, mi hanno avvertito. Ho chiamato i carabinieri che hanno sfondato la porta. In diretta al telefono per 40 secondi. Speravo che mi dicessero: respira. 40 secondi mi son parsi 40 ore. Ho invocato Dio ma non mi ha risposto.
Ho sentito il carabiniere dire: non c'è niente da fare! Quando mi prende l'angoscia, per qualcosa che succede, come questa tragedia svizzera, il pensiero mi riporta sempre lì. A mio figlio. A quei 40 secondi infiniti. Quando ho portato mio figlio al cimitero non ho lasciato solo lui. Anche la parte migliore di me".