Guerra in Ucraina

Attacchi ai generali e problemi "politici". Perfino a Mosca si fa strada l'idea di una sconfitta

Se perfino Vladimir Soloviov comincia a dire alla tv russa che "nell'immediato futuro non bisogna aspettarsi buone notizie", vuol dire davvero che nascondere quelle cattive sta diventando impossibile

Attacchi ai generali e problemi "politici". Perfino a Mosca si fa strada l'idea di una sconfitta

Se perfino Vladimir Soloviov, uno dei propagandisti più accesi del nazional-imperialismo di Putin, comincia a dire alla tv russa che «nell'immediato futuro non bisogna aspettarsi buone notizie», vuol dire davvero che nascondere quelle cattive sta diventando impossibile. Il Cremlino sta giocandosi una dopo l'altra tutte le sue carte (una mobilitazione di massa impopolare, atti di terrorismo nel Baltico, annessioni illegali di territori e perfino minacce folli di ricorrere all'atomica), ma la guerra in Ucraina non riesce a vincerla. Anzi, nelle cerchie del vero potere a Mosca sta facendosi strada la consapevolezza che la Russia potrebbe uscirne addirittura sconfitta, e gli stessi vertici del suo regime ritrovarsi con le ossa rotte.

Sta trovando spazio in Russia un «dibattito» (le virgolette sono doverose, trattandosi di un mondo in cui la libertà di espressione è ristretta) sulle responsabilità di un disastro non annunciato. C'è chi lo addossa aggressivamente ai vertici militari, tacciati di incapacità quando non addirittura di nepotismo; ma accade anche ciò che fino a poco tempo fa sarebbe stato inconcepibile: si parla sulla stampa anche più fedele a Putin, e non solo lì, di un «problema politico». La stessa figura del Numero Uno viene dunque in qualche modo chiamata in causa, e gli analisti cominciano a discettare di cosa potrebbe decidere di fare quella élite che a Putin deve tutto, ma che rischia a causa della folle avventura ucraina di cadere nella polvere. E dalla sua cella di due metri per tre in un penitenziario a regime duro anche Aleksei Navalny, affidando le sue riflessioni ai legali che con crescente difficoltà riescono a incontrarlo, interviene sollecitando l'Occidente a concentrarsi sul futuro assetto politico, a non dare per scontato che una Russia senza Putin debba finire nelle mani degli estremisti.

Attaccare i generali è facile: stanno collezionando disastri. Ma attraverso loro si attaccano i vertici della Difesa e quelli politici. Lo fa l'ambizioso capo ceceno Ramzan Kadyrov, che demolisce la figura del comandante del distretto militare centrale Aleksandr Lapin per la perdita di Lyman, ma ha chiaramente nel mirino il capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov. Al fianco di Kadyrov c'è quell'Evgeny Prigozhin vicinissimo a Putin e capo delle feroci milizie Wagner. E che dire di Andrei Gurulev, deputato dei putiniani Russia Unita ed ex generale, il quale punta il dito contro «le politiche della Difesa» e arriva a negare che il problema delle sconfitte abbia origine sul terreno.

Insomma, assistiamo a un inizio di frattura nella classe dirigente, testimoniata tra l'altro dal titolo della Nezavisimaya Gazeta, giornale tra i più vicini al Cremlino, sull'esistenza di «un problema politico». La possibilità sempre meno irreale di una sconfitta, scrive su Carnegie Russia l'analista Tatiana Stanovaya, «apre la questione della disponibilità dell'élite a rimanere al fianco di Putin fino alla fine amara». Una parte di questa classe dirigente, secondo la Stanovaya, aveva già fiutato in febbraio che il presidente avesse imboccato una strada disperata. La condivisione ideologica aveva comunque tenuto, ma l'apparente fedeltà monolitica dei sodali di Putin si è incrinata dopo l'umiliazione del ritiro da Kharkiv e dopo le scene imbarazzanti della fuga verso i confini di centinaia di migliaia di russi chiamati alle armi. La sensazione, scrive l'analista, è che i membri della classe dirigente stiano prendendo coscienza che la vittoria in Ucraina, sempre meno probabile, interessa più a Putin che a loro.

Lo spettro della sconfitta si manifesta con due possibili scenari, entrambi pessimi per i fedeli del dittatore. Il primo è il collasso del regime, che mette a rischio ogni posizione e ogni privilegio, il secondo è la soluzione nibelungica che si teme alberghi nella mente di Putin e dei più estremisti: quell'opzione nucleare che trasformerebbe in polvere radioattiva non solo la riottosa Ucraina, ma la stessa Russia con buona parte dei suoi nemici occidentali. Opzione tutt'altro che astratta, anche se il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha liquidato come «frutto di emotività» la proposta di Kadyrov di usare in Ucraina armi nucleari a bassa potenza: ieri sono iniziate nell'exclave russa di Kaliningrad esercitazioni tattiche con impiego di missili in grado di portare testate atomiche. Mai come ora la tenuta del regime di Putin appare incerta. E il Cremlino cercherà di ottenere una tregua militare di cui ha un disperato bisogno. Come ha detto Soloviov, «dobbiamo armarci di buona volontà e di pazienza strategica». Così suona meglio, ma il tempo non gioca più a favore dello Zar.

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