"Gli attori impegnati? Sfruttano il red carpet per farsi pubblicità"

Pupi Avati contro i cineasti-politici alla rassegna: "Cacciare due artisti è una follia. E poi è la solita storia dei due pesi e due misure". E molti altri ora si dissociano

"Gli attori impegnati? Sfruttano il red carpet per farsi pubblicità"
00:00 00:00

Maestro, lei ha firmato la petizione dei cineasti pro-pal alla mostra di Venezia? "Senta, mi dica la verità: lei pensa che Netanyahu non abbia dormito la notte quando ha saputo che c'era un appello dalla mostra di Venezia?". Pupi Avati, un grande del cinema italiano, risponde al telefono scoraggiato e sarcastico. Ha poca voce, ma tagliente. Non si capacità del perché 1500 artisti o collaboratori degli artisti, alcuni anche di talento, abbiano scritto uno scriteriato appello con la richiesta di cacciare dalla mostra di Venezia due attori bravi e di prestigio come Gal Gadot e Gerard Butler perché considerati ebrei e filoisraeliani.

"Le manifestazioni pro Pal a Venezia non cambieranno nulla: i potenti della terra non saranno certo sensibilizzati da quello che accade a Venezia e io non trovo giusto approfittare del Red Carpet per farsi un po' di pubblicità", mi dice Avati. "E poi la solita storia dei due pesi e due misure: perché non si fa una manifestazione contro Putin?".

E della censura a due attori cosa pensa? "Sono un libero pensatore e l'idea che per affrontare la questione del Medio Oriente non si trovi di meglio che chiedere l'allontanamento di due attori completamente innocenti dalla mostra del cinema è pura follia".

Già. Per fortuna la compattezza dei giorni scorsi intorno all'appello-censura, di evidente carattere antisemita, si sta un po' sbrecciando. Altrimenti tornerebbe alla mente la corsa che riunì migliaia di intellettuali, una novantina di anni fa, intorno al manifesto della razza, quello lanciato da Telesio Interlandi, che fu il punto di partenza della persecuzione antiebraica.

Ci sono state parecchie defezioni nelle ultime ore. A partire da quelle di Carlo Verdone, di Tony Servillo, di Ferzan Ozpetek e Marco Bellocchio. Tutti e quattro hanno ritirato l'adesione. Verdone ha spiegato che quando lui ha aderito, nell'appello non c'erano scritti i nomi dei due attori messi alla gogna. "Diciamo la verità - ha dichiarato - mi hanno messo in mezzo. Gli attori non possono diventare un tribunale dell'Inquisizione. Un festival è un tavolo di confronto, di dialogo e di libertà". La stessa cosa hanno detto Servillo e Ozpetek, mentre Sorrentino aveva, con gentilezza e spirito del dubbio, negato la firma sin dall'inizio.

Ha ragione Avati. Questa petizione più che impegno civile sa di marketing. E non è bello usare una tragedia come quella che è in corso a Gaza per fare opera personale di autopromozione. Non è bello soprattutto se per mettersi in mostra ci si abbandona al linciaggio di singole persone e a una forma evidente e potente di antisemitismo.

Massimo Boldi è d'accordo con Avati: mi dice che lui ha rifiutato quest'anno di andare a Venezia, dove avrebbe dovuto ritirare un premio, "proprio per non entrare in questo meccanismo di spettacolarizzazione politica e strumentale, che non mi piace, che non va bene". Mi dice che lui "si dissocia completamente da quello che sta avvenendo in un luogo dove il cinema dovrebbe farla da padrone. Ho trovato folle e ingiusto anche solo pensare di escludere due attori israeliani. Da uomo libero quale mi ritengo non mi sarei mai unito al coro di chi mette in atto una censura del genere. Questa è discriminazione inaccettabile. È un atto gravissimo di intolleranza".

A contestare i firmaioli ci sono anche attori e registi di sinistra. Pochi pochi, ma pensanti. Per esempio Riccardo Scamarcio che spiega di non essere nemmeno a Venezia e di non far parte del "circoletto". E persino Paolo Virzì, a modo suo, si dissocia. "Dovremmo fare un appello a Netanyahu - dice - perché cessi il fuoco subito, e poi un altro appello contro gli appelli scritti in modo scadente".

Più furioso di tutti è Giancarlo Giannini, che ha rilasciato al Foglio una dichiarazione fuori da ogni tentazione di "politically correct": "Sono tutte stronzate. E per favore lo scriva. Stronzate.

Mi irrita un appello, in generale. E poi, in particolare, un appello per la Palestina che però estromette due attori israeliani o sionisti. Lo ripeto: mi sembra una stronzata".

Beh, magari la parola è un po' forte. Però non si può dire che sia sbagliata.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica