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"Basta parlare di ritorno del fascismo. È la sinistra che teme il riformismo"

Il docente di Storia contemporanea: "Rievocare il passato è un alibi e delegittimare l'avversario è una tecnica da partiti totalitari"

"Basta parlare di ritorno del fascismo. È la sinistra che teme il riformismo"

Non lasciatevi suggestionare dai giornali né dal profluvio di dichiarazioni di influencer e artisti, anche la sinistra mente, perché ha smarrito il senso della democrazia e per ritrovare unità preferisce usare la scorciatoia dell'antifascismo. È la «morale» del nostro colloquio con il professor Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea presso l'Università degli Studi Internazionali di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Sembra che il fascismo sia tornato al potere, è d'accordo?

«Evidentemente no: non mi sembra che in agenda ci siano l'impero, la camera dei fasci, le leggi razziali».

Che effetto fa, per uno storico, ascoltare simili tesi?

«È un po' penoso. Parlare di ritorno al fascismo oggi significa non aver compreso che è passato un secolo: di mezzo c'è stata una guerra mondiale, il miracolo economico, la guerra fredda, la caduta del muro, la globalizzazione».

La «colpa» che si attribuisce a Fdi è la sua derivazione dal Msi.

«Nel primo Msi c'era un forte legame con il fascismo e l'alleanza atlantica era tutt'altro che pacifica, ma in quasi mezzo secolo di storia di partito quel legame si è progressivamente indebolito, per poi scomparire del tutto con l'esperienza di An e quella del Pdl».

Fdi è un partito post-fascista?

«Definendolo così si torna sempre al legame con il fascismo, ed io credo che questo legame non ci sia. Credo che Fdi sia un partito conservatore con una forte connotazione patriottica. E la patria non è certo patrimonio esclusivo del fascismo, anche nel pensiero cattolico, liberale e conservatore è importante».

Quando è cominciata la narrazione dell'eterno ritorno del fascismo?

«Più o meno dal 1960: quando il Pci riattivò il paradigma antifascista per cercare di ricreare le condizioni della Costituente. È chiaro che un'alleanza antifascista, per reggere, ha bisogno di un nemico, e quel nemico era il Msi. In realtà, neanche allora democristiani e comunisti andavano d'accordo: i primi guardavano ad un modello di società liberale e inclusiva, i secondi erano per il socialismo».

Il problema è ancora attuale.

«Esatto: al di là degli slogan di comodo, nell'alleanza antifascista contemporanea sopravvivono spinte contrastanti. La sinistra deve ancora capire cosa vuole fare da grande. Il male che l'affligge è il rifiuto del riformismo. Si è visto in questa tornata elettorale: Letta ha scelto di correre con Fratoianni piuttosto che con Renzi e Calenda. L'Italia è l'unico Paese europeo dove la differenza tra sinistra riformista e rivoluzionaria non è chiara, mentre a destra la suggestione delle rivoluzioni è passata da tempo».

La sinistra però continua a demonizzare il "nemico".

«È un elemento preoccupante. La delegittimazione dell'avversario è una tecnica da partiti totalitari. La destra non è andata al governo con un colpo di Stato, né per mezzo di brogli e violenze, allora qual è il problema?».

Forse l'avvicendamento di troppi governi tecnici ha contribuito a restituire un'idea "deformata" di democrazia.

«Sicuramente ha avallato la convinzione che l'efficienza sia più importante della libertà e della rappresentatività. L'esito di queste elezioni e il fatto che stavolta sarà un leader politico a guidare il Paese può essere finalmente l'occasione per ridare forza alla politica».

La stampa estera è sul piede di guerra, lei è stato intervistato da diversi media stranieri in queste settimane.

«Ho notato tanta ignoranza nel senso etimologico del termine: all'estero, così come in Italia, nessuno conosce la storia della destra e molti degli attacchi dipendono proprio da questo. Pensi che un archivio delle destre italiane esiste da poco più di un decennio, ed è quello della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, mentre gli archivi di tutte le altre forze politiche sono consultabili da oltre cinquant'anni».

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