"L'obiettivo è far saltare il piano che rafforza il 41bis". C'è un filo rosso che collega il selfie di Giorgia Meloni con il picciotto di Hydra poi pentito Gioacchino Amico e il passo indietro del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per il pasticcio del ristoratore considerato vicino al clan Senese, proprio alla vigilia del piano del governo sul carcere duro, regime detentivo che la sinistra storicamente ha sempre cercato di demolire.
La prova? Qualche giorno dopo le dimissioni di Delmastro il Pd ha presentato un'interrogazione parlamentare sul progetto di accorpare in un tre istituti - il primo in Sardegna - i detenuti al carcere duro e recidere ancor di più i rapporti tra reclusi e familiari: "Quel piano è ancora in piedi? Chi se ne assume la responsabilità? La Sardegna ha il diritto di sapere se sarà costretta a ospitare un terzo dei detenuti al 41-bis", aveva scritto il senatore sardo Marco Meloni, secondo cui mettere tutti i boss insieme avrebbe esposto la Sardegna "al rischio infiltrazioni della criminalità organizzata proprio mentre si avvicinano ingenti investimenti". Un ragionamento che si commenta da solo.
Magistrati come Nicola Gratteri difendono il carcere duro con le unghie e coi denti, in un suo recente libro il magistrato non certo tenero con il governo ha elogiato il fatto che "non è stata toccata la legislazione antimafia, né l'ergastolo ostativo e il 41bis".
I boss da sempre manifestano la loro insofferenza per questa misura, in intercettazioni alcuni si sono scagliati contro il premier Giorgia Meloni, altri proprio contro Delmastro, minacciandolo di volerlo veder "saltare in aria". Per questo l'avvicinamento di una delegazione Pd all'anarchico Alfredo Cospito (denunciato proprio dall'esponente Fdi piemontese) e l'invito a discuterne con alcuni boss mafiosi di peso ha rappresentato un pericoloso campanello d'allarme. Sappiamo che in carcere la criminalità organizzata fa il bello e il cattivo tempo anche nei reparti considerati "ad alta sicurezza", come denuncia da tempo il Procuratore antimafia Giovanni Melillo e come hanno dimostrato inchieste recenti. Le colpe sono tante: pochi agenti penitenziari (organico che questo esecutivo ha potenziato dopo anni) ma anche misure più soft come i benefici estesi anche ai detenuti considerati ad alta pericolosità sociale che non collaborano con la giustizia, fino alla dinamica delle celle aperte per lunghi tratti del giorno, misura decisa con Andrea Orlando Guardasigilli (e Melillo capo di gabinetto) per aggirare le sanzioni Ue sulle condizioni penose in cui versano i nostri penitenziari, sovraffollati di detenuti fragili e in attesa di giudizio. È tramite loro che è facile far entrare in carcere criptofonini e cellulari mini nei circuiti un gradino sotto il 41bis.
L'abolizione del carcere duro faceva parte del "Papello" che la mafia avrebbe voluto far
sottoscrivere per fermare le guerre di mafia. Basta vedere chi ha fatto uscire i boss al 41bis (persino durante il Covid) e chi li ha lasciati "senza respirare" in cella per capire chi combatte davvero la mafia e chi no.