Era sempre febbraio, ma del 1983. Il presidente partigiano Sandro Pertini si presentò a sorpresa al Policlinico di Roma per vegliare il giovane missino Paolo Di Nella ormai in coma irreversibile per le sprangate subite mentre attaccava dei manifesti. "Dov'è il ragazzo?", chiese Pertini ai medici. "Il ragazzo" e non "un fascista", come titolarono i giornali dell'epoca. Quella visita (e quella domanda) segnarono la fine simbolica degli anni di piombo. Quarantatré anni dopo, l'uccisione Quentin Deranque presenta diverse analogie con la morte di Di Nella mentre non poteva essere più diversa per il comportamento del capo di Stato francese. La reazione stizzita di Emmanuel Macron alle parole di condanna di Giorgia Meloni appare di ben altra pasta rispetto all'umanità di Pertini. L'inquilino dell'Eliseo neppure è riuscito a fingere di provare empatia per chi proveniva da una realtà così lontana dalla sua.
Nella vita di Quentin non c'era solo la militanza nazionalista, ma anche una fede cattolica di sensibilità tradizionale. La vittima era uno dei tantissimi giovani francesi "contagiati" dalla "febbre" della cosiddetta messa tridentina. Un fenomeno esploso oltralpe e certificato dagli overbooking nell'annuale pellegrinaggio Parigi-Chartres. Esiste da più di quarant'anni ma nelle ultime edizioni, nonostante le restrizioni vaticane alle messe in latino, ha raggiunto cifre impressionanti con le immagini di 20mila giovani in processione sulle orme del convertito d'inizio Novecento Charles Péguy. Anche per Quentin c'era stato un avvicinamento alla fede in età adulta che poi lo aveva coinvolto totalmente. "È stato battezzato all'età di 13 anni, ma ha ricevuto la grazia della conversione alcuni anni fa", racconta a Il Giornale il suo parroco, don Laurent Spriet. Decisivo l'incontro con la chiesa di Saint-Georges di Lione dove si celebra in latino secondo il messale del 1962. "Suo padre è stato battezzato nella nostra comunità due anni fa e ha voluto scegliere suo figlio come padrino. Così Quentin è stato il padrino di battesimo di suo padre. Non è bellissimo?", ci rivela con orgoglio don Spriet.
La conversione al cattolicesimo era diventata una questione di famiglia, tant'è che andavano ogni domenica insieme a messa. Perché quest'attrazione per il cosiddetto rito antico? "Penso che vi trovasse "una forma di incontro con il mistero della Santissima Eucaristia particolarmente adatta" ai giovani, come scrisse Benedetto XVI nel 2007", spiega il parroco. Spesso i fedeli "tradizionali" delle nuove generazioni vengono accusati di preferire questa forma di liturgia solo per motivi esteriori o peggio ancora ideologici, ma il caso di Quentin dimostra invece come questa fede si traduca in azioni di carità: "ogni giovedì sera gli piaceva servire i poveri della strada di Lione", racconta infatti don Spriet.
La comunità di Saint-Georges ha reagito all'uccisione del suo parrocchiano "con compassione, rispetto e preghiere". Ogni giorno, ci spiega il parroco, sono organizzati momenti di preghiera per "il riposo della sua anima, per sua madre, suo padre, sua sorella, i suoi amici e anche affinché polizia e giudici facciano bene il loro lavoro, affinché sia fatta giustizia e affinché il Signore converta i cuori di coloro che lo hanno ucciso a calci e pugni".
E agli occhi di questo sacerdote francese che ha accompagnato da vicino la conversione di Quentin, il commento di Giorgia Meloni è stato tutt'altro che un'ingerenza ma piuttosto "un'osservazione di buon senso, fattuale e oggettiva". Con buona pace di Macron.