Bellanova piange per i clandestini ma non ha lacrime per tutti gli italiani rovinati dalla crisi

Piange la ministra. Ed è facile pensare che negli invisibili dalla pelle scura la sua memoria riconoscesse l'infanzia fra gli ulivi e il sudore dei braccianti pugliesi.

Bellanova piange per i clandestini ma non ha lacrime per tutti gli italiani rovinati dalla crisi

Piange la ministra. Ed è facile pensare che negli invisibili dalla pelle scura la sua memoria riconoscesse l'infanzia fra gli ulivi e il sudore dei braccianti pugliesi. Le lacrime di Teresa Bellanova filtrano una biografia e raccontano una battaglia sacrosanta. Ma quel pianto che tutti abbiamo visto è lo stesso, sconosciuto, di milioni di italiani sprofondati in questa cupa pandemia. Uomini e donne - un elenco sterminato - che il governo ha rincuorato a parole e poi soavemente abbandonato al loro destino.

Piangono le famiglie che oggi salgono sulla gigantesca collina di Spoon River, con oltre trentamila croci. Un'ecatombe passata per le mascherine che non c'erano, per i tamponi mai eseguiti, per le zone rosse mai arrivate, per le Rsa che invece di essere blindate come caveau avevano le porte girevoli di un salone del West.

Certo, la responsabilità in un Paese in cui il potere è sbriciolato fra infinite autorità, regioni e province, non può essere ascritta tutta a Palazzo Chigi e al suo rampicante corredo di esperti. Ma resta il mistero doloroso di un governo che a fine gennaio aveva dichiarato lo stato di emergenza e poi è rimasto in letargo più di un mese, fino all'inizio di marzo, senza prendere un provvedimento che fosse uno. E restano le scelte strategiche e i gesti simbolici che fanno capire: l'aver inviato in Cina due tonnellate di materiali e mascherine a metà febbraio, come dire aver disarmato l'esercito a tre o quattro giorni dall'invasione del nemico.

Ricordate il paziente uno di Codogno? Fra il 18 e il 19 febbraio comincia il dramma e poco dopo si ammalano i primi medici. Vanno allo sbaraglio e cadono sulla prima linea dell'infezione. Mogli e figli piangono i cento e passa morti con il camice bianco. Acclamati come eroi da una retorica dolciastra e insopportabile. Prima il combattimento a mani nude o quasi, ora la beffa del decreto Rilancio che li dimentica e fa sparire nelle sabbie mobili dell'assistenzialismo il bonus loro promesso in forma solenne.

Piangono anche gli imprenditori: piccoli, medi e grandi. Alle prese con un Paese ostile e una cultura che non riconosce il talento e non premia il coraggio. Certo, il decreto cancella l'Irap, mossa azzeccata, ma poi concede a tutto il tessuto industriale tricolore circa 15 miliardi, quando ne butta 3, un'enormità, nella fornace di Alitalia che da vent'anni brucia denari pubblici come e più di un inceneritore. Solo 15 miliardi alle imprese, ma 25-26 in bonus, voucher, mance, elemosina, e via srotolando tutte le forme possibili di oboli pensati da chi non pensa al domani e a girare la chiavetta del sistema produttivo.

Piangono le nostre aziende affossate da provvedimenti di stampo quasi sovietico. «Il blocco dei licenziamenti per cinque mesi - spiega al Giornale l'avvocato Cesare Pozzoli, uno dei più conosciuti giuslavoristi milanesi - è figlio di una mentalità dirigista e ha un solo precedente: il decreto luogotenenziale 523 del 1945, peraltro limitato ad alcune province dell'Alta Italia fra le macerie della guerra».

Piangono gli amministratori delegati e con loro gli operai, i tecnici, gli impiegati. Gianluigi Cimmino, il guerriero che guida Yamamay e Carpisa va a dormire in fabbrica per protesta e scandisce le cifre del dramma: «Su 1800 dipendenti nemmeno uno, uno, ha avuto i soldi della cassa in deroga». E però ora il meccanismo, farraginoso e contorto, è stato rivisto con sprezzo del pericolo, creando un mostriciattolo a due teste: le Regioni e l'Inps. Auguri.

Piangono i ristoratori. Vittime di un lockdown interminabile. Multati ferocemente a Milano. Appesi alle grida dell'Inail che, se potesse, manderebbe direttamente gli infermieri a servire ai tavoli. Quattro metri quadri per commensale sono per troppi la tomba della professione. E il video di Gian Mario Fenu che prende a picconate la sua pizzeria sfasciando tutto è purtroppo un documento da cineteca.

È un pianto corale con le grandi orchestre costrette al silenzio, gli avvocati che sprofondano nella povertà, i commercialisti che si dibattono fra le migliaia di pagine di decreti, dpcm, faq. «Mi sono stufato - si sfoga Franco Borrini, emergente professionista lombardo - di dover fare all'ora serale dei tg l'esegesi del Contepensiero. Di dover interpretare atti che rimandano ad altre carte in una giostra senza fine, mentre i clienti divorati dall'ansia pretendono spiegazioni chiare e coerenti».

Il pianto della Bellanova è il pianto dell'Italia che si arrende senza combattere. Del Paese che guarda il mare e di quello che scruta il cielo. Dei gestori degli stabilimenti balneari, costretti a districarsi fra misurazioni da ragioniere sugli ombrelloni e confezioni di gel al posto delle creme solari. Dei giudici che hanno scarcerato i boss, gli stessi che ora il governo prova a ripescare come pesci rossi nella palude della giustizia.

Forse, sorridono solo alcuni degli otto milioni di ragazzi che non vanno a scuola. A piangere, davanti al disastro educativo, sono i loro genitori.