Oltre 15 navi americane sono già sul posto per condurre la mega-operazione: il blocco dello Stretto di Hormuz. A supporto ci sono aerei da pattugliamento, droni e radar su cacciatorpediniere e piattaforme aeree. È la fase uno: sorvegliare il passaggio e identificare le imbarcazioni che lo attraversano. A quel punto scatta la fase due: le "chiamate" via radio e l'invito a identificarsi, cambiare rotta o fermarsi, come disposto da Centcom, il Comando unificato delle Forze armate statunitensi in Medioriente. Se la nave non collabora, squadre di abbordaggio composte dai marines e dai navy seals possono ispezionare, deviare forzosamente la rotta o catturare le imbarcazioni (fase tre), come contro i narcotrafficanti, sul modello Venezuela. Anzi peggio: Donald Trump ha dato il via libera a distruggerle immediatamente, se si avvicinassero troppo, come con decine di mini-imbarcazioni nel Mar dei Caraibi durante lo scontro con Caracas. Ma stavolta c'è un imperativo: nel mirino degli Stati Uniti ci sono solamente le navi dirette o provenienti dall'Iran.
Con questi strumenti, come promesso dal presidente americano, Washington ha avviato alle 10 ora americana (le 16 in Italia) il blocco nello stretto di Hormuz per tutte le navi in arrivo o provenienti dai porti della Repubblica islamica. Via libera, invece, per le imbarcazioni non iraniane che attraversano lo stretto dirette in un Paese del Golfo, senza toccare un porto del regime. Non a caso il tracciamento di MarineTraffic, rileva che una portacontainer diretta a Dubai e partita dall'India ha attraversato il passaggio, mentre un'altra ha invertito la rotta durante l'avvicinamento.
È la conseguenza del fallimento dei colloqui di Istanbul, probabilmente solo un primo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran per evitare che la guerra mossa da Washington a Teheran riprenda tra circa una settimana, il 21 aprile, quando scadranno i 14 giorni di cessate il fuoco concordati fra le parti.
Eppure nuovi colloqui sono già in corso. "Siamo stati contattati da Teheran stamattina, dalle persone giuste", dice Trump, che elogia il buono lavoro del suo vice JD Vance nelle trattative, e insiste sul fatto che Teheran voglia "assolutamente" un accordo. Nel dialogo "costante" tra Usa e Iran ci sono progressi, annuncia il sito Axios, precisando che la delegazione americana, nel corso dei negoziati, ha chiesto agli iraniani lo stop di 20 anni all'arricchimento dell'uranio, mentre Teheran ha replicato avanzando una scadenza "a una cifra". Per rilanciare la mediazione sono all'opera Pakistan, Egitto e Turchia. Il premier pakistano Shehbaz Sharif è atteso in Arabia Saudita e la Cina ha invitato le parti a non riprendere il conflitto e riaprire Hormuz.
Si lavora alla pace, pronti alla ripresa della guerra. Trump insiste sul no al nucleare iraniano e valuta nuovi attacchi mirati sull'Iran. Il grande alleato, Benjamin Netanyahu, è con lui, ça va sans dire, sia sullo stop a Hormuz sia sulla "diplomazia coercitiva": "Il cessate il fuoco potrebbe finire da un momento all'altro", avverte il premier, mentre le sue Forze armate sono in allerta. Il tycoon ribadisce: "Non possiamo permettere l'estorsione di un Paese al mondo. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di Hormuz, ma il mondo sì". Quanto al nucleare, Teheran sostiene di aver accettato a Islamabad di diluire l'uranio. La Russia rinnova l'offerta a custodirlo e avverte dei rischi di raid vicino alla centrale di Bushehr.
Trattative e dito puntato sul grilletto è, in sintesi, la linea dei belligeranti.
La Repubblica islamica rinnova le minacce alla regione, già attuate nella guerra dei 40 giorni: "Se i nostri porti saranno presi di mira, nessun porto nel Golfo e nel mare dell'Oman sarà sicuro". La ripresa del conflitto è l'arma sul tavolo, ma i contendenti sono al lavoro per evitarla.