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Boccassini scivola sulle toghe uccise dalla 'ndrangheta

Dice che le 'ndrine non hanno ammazzato magistrati. La scia di sangue, da Ferlaino a Scopelliti

Boccassini scivola sulle toghe uccise dalla 'ndrangheta

In che mani abbiamo messo le inchieste antimafia? Come è possibile indagare su fenomeni così complessi come la ndrangheta senza conoscerne fino in fondo la storia? Ilda Boccassini l'altra sera era in Calabria a un festival antimafia a parlare del suo libro quando è inciampata in un'oscenità: «La ndrangheta una cosa buona l'ha fatta (sic!) non ha mai ammazzato un magistrato». Silenzio in sala. Nessuno osa contraddirla, neanche il cronista del Sole 24 Ore Lionello Mancini che l'ha introdotta e le dà corda quando attacca Il Giornale. Mancini, suo intimo amico sin dagli esordi della Boccassini in Procura a Milano, forse anche lui ignora la sorte toccata a tre magistrati con gli attributi, che alle conferenze e alle comparsate preferivano la solidità delle indagini e dei processi. Il primo fu Francesco Ferlaino, zio dell'ex presidente del Napoli. Sicari mai identificati gli spararono con la lupara nel 1975 quando da Presidente della Corte d'assise d'appello di Catanzaro presiedeva un processo alla mafia siciliana, trasferito in Calabria per legittimo sospetto.

Poi toccò a Bruno Caccia, ucciso dai boss calabresi nel 1983, perché dopo aver scoperto le trame delle Br in Piemonte (che maldestramente ne rivendicò l'uccisione) si era imbattuto nei narcotrafficanti Rocco Schirripa e Domenico Belfiore, che lo crivellarono con 17 colpi.

L'altra vittima delle ndrine è il giudice Antonino Scopelliti, giudice di Cassazione cui toccò in sorte il maxiprocesso a Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, grazie alla rotazione tra le sezioni voluta dal magistrato morto a Capaci 30 anni fa per evitare la tagliola del giudice ammazza sentenze Corrado Carnevale. La sua misteriosa morte il 9 agosto del 1991, a quattro passi da casa sua a Campo Calabro, sublimò la pax tra le famiglie di ndrangheta allora in guerra e fu un favore al sanguinario Totò Riina, che già aveva dichiarato guerra allo Stato. Chi sparò davvero, un siciliano o un calabrese? Lo sa solo il pm Giuseppe Lombardo, che indaga sulla strategia ndranghetista nella stagione delle bombe di mafia dei primi anni Novanta, incensato dai più come l'unico baluardo anti ndrangheta in grado di contenere i mafiosi assieme a Nicola Gratteri, che alla Boccassini sta cordialmente antipatico «perché - scrive nel suo libro Ilda - pensa di sapere tutto lui sulla 'ndrangheta», e vabbè

La figlia di Scopelliti, orfana ancora di una verità giudiziaria credibile, affida a Facebook la sua amarezza: «Sono stanca della storia riscritta da professionisti del ricordo pro domo propria, stanca di essere trattata come figlia di una vittima di serie B. Mi sono chiesta se Boccassini pensa mai a chi resta. Temo di no: d'altra parte non si è fatta scrupoli afferma a sbattere in faccia ai sopravvissuti a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo una presunta relazione extraconiugale che nessuno oggi può più confermare o smentire. Nessuno pensa mai al dolore di chi resta». Poi l'amara conclusione: «Quanta ignoranza verrà coltivata grazie alle sue parole? Anche per questo ho deciso di risponderle. Questo è solo un post su Facebook conclude ma se anche solo un ragazzino scoprirà leggendolo che quanto lei ha detto è falso, sarà servito a qualcosa».

Sicuramente la Boccassini prima di farsi rivedere in Calabria ci penserà due volte.

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