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"Una bomba migranti". Con guerra, Hormuz e carestie in Africa rischi di nuove ondate

Tajani: "La crisi alimentare aumenta i flussi". Tutti i pericoli legati al blocco del commercio

"Una bomba migranti". Con guerra, Hormuz e carestie in Africa rischi di nuove ondate
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"Il blocco di Hormuz riguarda anche i fertilizzanti fondamentali per l'agricoltura. Quella italiana, ma noi abbiamo maggiori possibilità di reazione e anche dei Paesi africani. Una crisi alimentare provocherebbe l'aumento dei flussi migratori" spiega al Giornale il ministro degli Esteri Antonio Tajani (foto). Il vicepremier ha lanciato l'allarme ieri all'incontro alla Farnesina con la Banca d'Italia e soprattutto alla riunione dei "volenterosi" sul blocco dello stretto nel Golfo Persico. Assieme ad Olanda ed Emirati arabi "ho proposto di aprire un corridoio umanitario per fare passare da Hormuz medicinali e fertilizzanti, che hanno un impatto diretto sulla sicurezza alimentare". Non solo gas e petrolio, il blocco dello stretto va bypassato "per evitare una nuova crisi alimentare innanzitutto nelle nazioni africane". E se manca il pane o peggio scoppia una carestia, le popolazioni coinvolte cercheranno di andarsene verso l'Europa lungo le rotte dell'immigrazione illegale.

Il conflitto con l'Iran mette a rischio quasi metà del commercio mondiale di urea, il principale fertilizzante prodotto a partire dal gas naturale. Il 45% delle esportazioni globali di zolfo, componente chiave dei fertilizzanti, passa attraverso Hormuz. L'Ue, a cominciare dall'Italia, importa una quota significativa di urea e ammoniaca da Qatar, Arabia Saudita e Oman lungo lo stretto. A livello globale parliamo del 49% dell'urea e 30% di ammoniaca. La combinazione malefica tra guerra in Ucraina e conflitto con l'Iran, che sta bloccando Hormuz, ha fatto schizzare i costi dell'urea a 765 euro a tonnellata nel mese di marzo, 55% in più rispetto allo scorso anno. L'impatto si fa sentire sull'Asia, a cominciare dall'India, ma anche l'Africa paga un conto salato. Il Golfo Persico è il fornitore privilegiato di carburante e fertilizzanti per buona parte del continente. Il Sudan, che è in guerra, dipende da Hormuz per il 54% dei suoi fertilizzanti, la Tanzania per il 31%, il Kenya per il 26%. Russia e Cina, gli altri maggiori esportatori, hanno deciso di restringere le vendite all'estero. Non solo: il blocco coincide con l'arrivo della stagione delle piogge e della semina. L'Alto rappresentante per la Politica estera europea, Kaja Kallas, ha parlato di un "rischio carestia" come conseguenza della crisi in Medio Oriente e della chiusura della rotta strategica di Hormuz.

Il vicedirettore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, Carl Skau, sottolinea che "paesi come Somalia e Kenya dipendono dalle importazioni di fertilizzanti dal Golfo. Una riduzione della fornitura aumenterà i costi di produzione e ridurrà i raccolti complessivi". Il rischio, come evidenziato da Tajani, è l'esplosione di una crisi migratoria. Dall'inizio dell'anno i somali sono già al secondo posto negli sbarchi illegali in Italia. I migranti dal Kenya al quarto e gli iraniani, per ora, risultano in sesta posizione con partenze dalla Tripolitania. Il 13 marzo sono arrivati all'alba ad Alicudi in 19, in gran parte provenienti dall'Iran. Al momento si registra una fuga minima dalla Repubblica islamica sotto le bombe verso Baku, capitale dell'Azerbaijan ed un flusso maggiore in Turchia. Soprattutto iraniani benestanti che possono permetterselo oppure hanno la doppia cittadinanza o avevano attività lavorative nel paese vicino. Ankara sarebbe pronta a creare una zona cuscinetto per i profughi, se la situazione precipitasse con il 10% della popolazione iraniana in fuga ovvero oltre 9 milioni di persone. La Grecia, in maniera discreta, sta preparando un piano di emergenza rafforzando la sorveglianza sul fiume Evros, che confina con la Turchia. La vera "bomba" umana sta scoppiando in Libano con il conflitto fra Israele ed Hezbollah. Il premier libanese, Nawaf Salam, ha dichiarato che "oltre un milione di sfollati sono le prime vittime di una guerra in cui non hanno alcuna responsabilità". Al 24 marzo 130mila erano già fuggiti nella vicina Siria e non pochi potrebbero decidere di proseguire verso la Turchia e l'Europa affidandosi ai trafficanti di uomini. Dei 308 milioni di dollari necessari per affrontare la crisi sono arrivati appena 94.

A Sud del fiume Litani gli israeliani stanno imponendo "sfollamenti forzati" per ripulire i villaggi dalla presenza di

Hezbollah. Tom Fletcher, coordinatore per i soccorsi di emergenza dell'Onu, in una riunione con gli ambasciatori a Beirut, ha raccontato di avere riscontrato sul campo "ansia e tensioni a livelli che non vedevo da molti anni".

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