L'Europa prova a far sentire la sua voce, anche se i leader del Vecchio Continente, a fasi alterne, si smarcano dal conflitto in Medioriente pur mantenendo una vicinanza strategica agli Stati Uniti. Ieri Bruxelles ha organizzato una videoconferenza con tutti i Paesi del Golfo per dimostrare solidarietà e per condannare gli attacchi portati da Iran ed Hezbollah. Mentre il Libano, stretto tra la morsa degli attacchi israeliani e le basi di Hezbollah, lancia l'idea di una mediazione diretta con Tel Aviv.
I presidenti di Consiglio e Commissione europea, Costa e von der Leyen, hanno parlato con i leader di Giordania, Egitto, Bahrein, Libano, Siria, Turchia, Armenia, Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman, tutti interessati dall'ondata di attacchi di Teheran. "Inaccettabili", secondo Bruxelles, che si candida a un ruolo chiave per la pacificazione del Medioriente in quanto "partner affidabile e di lunga data" e "pronta a contribuire in ogni modo possibile per contribuire a disinnescare la situazione e facilitare il ritorno al tavolo dei negoziati", tornando il prima possibile al "pieno rispetto del diritto internazionale, del diritto umanitario e dell'obbligo di attenersi ai principi della Carta delle Nazioni Unite". Parole di prassi, che diventano più concrete quando Costa e von der Leyen si soffermano sulle missioni internazionali Aspides e Atalanta, per proteggere le vie navigabili ma soprattutto per mettere un freno ai problemi di approvvigionamento, dal gas al petrolio a tutta la catena del commercio, in bilico per il conflitto e la chiusura dello stretto di Hormuz.
Tra i Paesi del Golfo, sono state diverse le prese di posizione. Ma non solo. Gli Emirati Arabi Uniti, dopo le notizie diffuse da Israele di un imminente ingresso nel conflitto contro l'Iran, hanno fatto sapere "non parteciperanno ad alcun attacco" su Teheran. "Le nostre basi non sono state utilizzate. Come Emirati Arabi Uniti non parteciperemo e non saremo mai coinvolti, ci stiamo solo difendendo". Più netto il Qatar secondo cui "gli attacchi di Teheran sono un pericoloso errore di calcolo. Continuiamo a cercare una de-escalation. Sono i nostri vicini, è il nostro destino", pur sottolineando che si tratta di "un grande senso di tradimento", specie per il ruolo del Paese come mediatore globale. Il Kuwait invece invita l'Iraq a "intervenire perché metta fine agli attacchi in modo da preservare le relazioni fraterne tra i due Paesi vicini", perché sulla base di prove in suo possesso, gli attacchi contro il Kuwait sarebbero partiti dalle milizie filoiraniane di stanza proprio in Iraq.
Capitolo a parte merita il Libano. Costa e von der Leyen hanno espresso "profonda preoccupazione" per le conseguenza della crisi sul Paese, sottolineando "la necessità di proteggere i civili e di rispettare la sovranità e l'integrità territoriale del Libano", annunciando quindi la mobilitazione di aiuti di ReliefEu per sostenere circa 130mila persone. Da parte sua, il Paese dei Cedri, per voce del presidente Joseph Aoun, ha accusato Hezbollah di voler provocare "il crollo" del Libano per conto dell'Iran, per poi lanciare la proposta alla comunità internazionale di un negoziato diretto con Israele per mettere fine alla guerra.
Stessa richiesta formulata anche all'amministrazione Trump. Tra paura, prudenza e malcontento diffuso, qualcosa si muove. Anche se le possibili soluzioni al conflitto continuano a rimanere, al momento, soltanto ipotesi.