Le navi sono partite e a guardare così, da lontano, con un pizzico di speranza, suggeriscono un segnale di svolta, una scommessa sulla tregua. "Crotone" e "Rimini", i due dragamine italiani, sono partiti dal porto di Augusta, senza fretta, per arrivare tra più di un mese nei pressi dello stretto di Hormuz, passando però prima per Suez e facendo tappa, e ristoro, a Gibuti, nel corno d'Africa. La notizia del viaggio non è nuova. L'aveva annunciata due giorni fa il ministro Crosetto, per la verità senza troppa enfasi, ricordando che a scortarli ci sono la "Montecuccoli", l'unità multiruolo da combattimento con sistemi di difesa aerea, e l'"Atlante", la nave della classe Vulcano che offre sostegno a livello logistico. A bordo ci sono più o meno quattrocento militari. È insomma una piccola flotta che si muove nel segno comunque della pace. Come racconta il ministro degli Esteri Tajani "siamo i più bravi a sminare i mari". Crosetto aveva chiarito il motivo della missione. "Se si arrivasse davvero alla pace servirebbe un mese di navigazione per raggiungere il Golfo. Questo vale per noi e per tutte le unità alleate. In via precauzionale stiamo così predisponendo che due unità cacciamine si posizionino relativamente più vicine allo Stretto".
La domanda però è un'altra: perché le navi sono partite proprio adesso? Il mese è un orizzonte che racconta molte cose. L'idea è di anticipare i tempi perché, nonostante tutto, c'è in giro un sentore di tregua. C'è la possibilità che i faticosi negoziati con l'Iran portino a qualcosa di concreto e non solo minacce e discussioni senza realtà sul destino dell'uranio. Un mezzo sospiro di sollievo arriva dai negoziati tra il Libano e Israele, con Washington a mediare: altri quarantacinque giorni di cessate il fuoco. L'idea è consentire "ulteriori progressi", con un nuovo round di colloqui che si terrà il 2 e il 3 giugno. Inoltre, il 29 maggio verrà avviato al Pentagono un dialogo sulla sicurezza con delegazioni militari. È sempre il libro delle belle speranze, ma la tregua in Libano è un passaggio fondamentale per qualsiasi discorso che riguarda la stabilità del Medioriente. Poi c'è il vertice con la Cina. Si dice che sia andato male, che non è successo nulla, che il braccio di ferro ha lasciato in sospeso ogni cosa. Si, certo, però sotto il vuoto di speranze c'è qualcosa che bolle e non è detto che sia un bene o un male. Dipende da come lo guardi. Quando gli americani dicono che non ci sarà una guerra per Taiwan cosa stanno sostenendo? Qualcuno dirà che Trump non permetterà azzardi sull'isola di Formosa e quindi Pechino se ne sta buona in attesa di tempi migliori. C'è anche un'altra possibilità e per i "cinesi ribelli" non è una bella notizia. È il sospetto che la promessa americana di difendere i "nazionalisti" ora e sempre sta per tramontare. Pechino si può prendere Formosa senza scatenare una guerra globale. Il costo è non rompere le scatole sull'Iran, come in effetti sta già facendo.
Queste comunque sono speculazioni che restano qui e non allargano lo sguardo troppo lontano.
La cronaca dice che l'Italia si sta preparando a uno scenario di pace, dove sarà importante ripulire il mare dalle trappole della guerra e, cosa che interessa ai mercati e alle imprese, liberare lo stretto di Hormuz. Resterà solo la cicatrice sul corpo della globalizzazione e i costi di questa guerra sulla vita quotidiana di lavoratori e salariati vari. Tutto questo in attesa della parola fine.