La capitale col vizio dei doppioni

Ha due Papi, due presidenti della Repubblica e ora pure due sindaci

La capitale col vizio dei doppioni

Roma ha due Papi, due presidenti della Repubblica e due sindaci. Sono cose mai viste nella storia. A Roma è diventata prassi del nuovo millennio aggiungere sempre qualcuno e qualcosa, non si toglie mai. A parte le cariche e le persone, anche le istituzioni: vedi la storia del bicameralismo perfetto, l'unica cosa perfetta di Roma, a parte il caos e il Pantheon. Si finirà - scommettiamo - per fare una terza Camera per decidere quale delle altre due abrogare e magari tenersele tutte e tre. Una volta almeno gli strati del potere e della civiltà si sovrapponevano nel tempo, restavano segreti, non rompevano le scatole ai contemporanei. Come le nove città di Troia disseppellite da Schliemann, la Roma nascente, e un po' più stanca, si sedeva sopra l'altra: da cui il verbo «soprassedere» tipico del costume capitolino, e le Roma precedenti se ne stavano tranquille e onorate l'una sulle rovine dell'altra, salvo non si turbasse il loro sonno con i trapanamenti della metropolitana (da qui le relative vendette ben note agli utenti). Lasciamo perdere i due Papi. Un fatto inedito, e persino pericoloso, ma Benedetto XVI, benché oggetto di nostalgie di tanti che lo tirano per la bianca tonaca, si è murato nel silenzio, e non interferisce. Ma gli altri due doppi sono una vicenda di cloni paurosa. Nessuno finora ha sollevato la questione, ma Giorgio Napolitano è emerito per modo di dire. Interferisce eccome con i compiti del successore. Dopo aver patrocinato impropriamente le riforme costituzionali da capo dello Stato, sostituendosi al Parlamento e reggendo il sacco a Renzi quando avrebbe dovuto essere neutrale, Napolitano non si limita a fare il senatore a vita, ma funge da ipostasi del Quirinale a Palazzo Madama dove non esercita il ruolo di saggio, ma agita ancora le insegne di Altissimo Papavero. Come se Ratzinger pretendesse di dire la sua al Sinodo, dispiegando i propri dogmi alla faccia di Bergoglio. Non si fa. Ma a Roma si fa. Si può tutto. E siamo all'ultima riproduzione in vitro. Siamo al sindaco 1 e al sindaco 2. Un po' come il genitore 1 e il genitore 2 delle famiglie del nuovo tipo. La decisione assunta dal governo per conservare al suo posto Marino come una mummia, anzi come un bambino in fasce, accudito dal prefetto Gabrielli, ha qualcosa di mostruoso. Lo è nel senso dei cartoni animati, viene in mente il ciuccio in bocca infilato a un uomo con la barba stravaccato ai Caraibi: uno scivolamento pauroso nel ridicolo. Magari fosse solo così, ricorderebbe la storia della quattordicesima moglie del re dello Swaziland, una faccenda da staterello subafricano, pittoresco ed esotico, costumi pre-babilonesi. Ma questa è la realtà di Roma-Capitale, ed è un obbrobrio del diritto, che dice la verità, tutta la verità, su un governo che detesta la democrazia, ed è nato in barba ad essa. Il prefetto Gabrielli ha sorriso alla frase di un suo funzionario su Roma che ha due Papi ed ora ha anche due sindaci. Ma non siamo in una sit-comedy, anche se pure su queste scene si gettano petali di rose dagli elicotteri come farebbe Homer Simpson. Ma non fa ridere: è un disastro per la democrazia. Rimane sindaco e dunque titolare formale dell'amministrazione l'uomo eletto dal popolo, Marino, un re travicello, anzi una specie di regina Madre, spossessato dalla sostanza delle sue prerogative. Le prossime elezioni per l'Urbe saranno falsate da questo aiutino, la democrazia e il suo gioco vanno a farsi benedire. Il Pd andrebbe squalificato per doping, retrocesso in serie B, per aver falsato la partita ed essersi attaccato alla ammiraglia di Gabrielli come Nibali alla Vuelta. Che roba è? Non esiste in natura. È un furto di legalità e di moralità. Ma esiste a Roma. Due Papi, due presidenti della Repubblica, due sindaci. E noi due palle così.

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