Arcipiemontese, arcitaliano e arcigolista, Carlo Petrini detto Carlìn, con un vezzeggiativo appena accennato come da understatement piemontese (esageroma nen!), è stato uno che alla fine ha esagerato, a suo modo. Gastronomo, pensatore, filosofo, rivoluzionario, padre di mille figli alcuni legittimi e tanti autoproclamatisi (è il destino dei maestri, vedere le proprie classi allargarsi a dismisura quando loro non possono più ripudiare nessuno), è morto ieri all'età di 86 anni - diciamo 87 meno un mese - nella sua Bra, città monosillabica che lui ha piazzato sulla cartina geografica del mondo.
Petrini è stato uno degli uomini più influenti sulla Terra, e non solo nel mondo gastronomico, a cui aveva contribuito a dare profondità e legittimità culturale, rendendolo materia accademica, politica, di magnifiche sorti e progressive, disseminando idee fertili di felici ispirazioni e talora di malepiante, come sempre succede ai geni che possono scegliere le loro idee ma non il modo in cui esse vengono indossate dai cattivi allievi.
Petrini nasce a Bra il 22 giugno del 1949, figlio di un'ortolana e di un ferroviere, due mestieri che in fondo racchiuderanno il suo destino, i frutti della terra e l'apertura al mondo esterno. Sociologo di formazione (un quasi laureato che si riscttterà con mazzi di lauree ad honorem), impegnato politicamente nel post-Sessantotto, i suoi non sono però anni di piombo ma anni di piole, le tradizionali trattorie piemontesi. Nel 1977 ha l'uzzolo di scrivere di gastronomia dove capita, la sua amicizia con Stefano Bonilli fa nascere Il Gambero Rosso, tuttora uno degli hub (ora si dice così) salienti per il mondo del cibo e del vino, allora inserto del manifesto. Eskimo e Castelmagno. In quegli anni inizia a sviluppare un suo proprio approccio alla gastronomia, che mette assieme il piacere, certo, ma anche l'idea di un sistema alimentare giusto, equo, in qualche modo sostenibile anche se questa parola è ancora di là dal soave sputtanamento di ora. Fonda la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo, brigate rosse di antociano, che poi diventa un affare meno goliardico con Arcigola (è il 1986) e cosa ancor più seria con Slow Food, movimento che nel nome - contrapposto a Fast Food che spopola in quegli anni paninari - e nel simbolo - la chiocciolina - foraggia il concetto di un consumo lento, consapevole, informato, che valorizza gli sforzi dei produttori e degli artigiani ma incoraggia anche il consumatore a una postura meno passiva: conosco quindi godo. "L'uomo sapiens - si legge nel manifesto pubblicato dal Gambero nel 1987 - deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d'estinzione (...). Contro coloro, e sono i più, che confondono l'efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un'adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento". Il 9 dicembre 1989, a Parigi, Slow Food diventa una realtà internazionale: venti delegazioni di tutto il mondo firmano il manifesto facendo dell'Italia il motore di un movimento globale di crescita alimentare e di Petrini il presidente, carica che ricoprirà fino al 2022.
Negli anni successivi Petrini ne escogiterà tante altre: si inventa l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Bra), la prima istituzione del genere al mondo, che nel 2017 riceverà legittimazione accademica con il riconoscimento statale della laurea in Scienze Gastronomiche. Fonda Terra Madre (già Salone del Gusto), una rete internazionale di comunità del cibo che riunisce piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi e, giovani, accademici ed esperti. Verso la fine della sua parabola terrestre si avvicina al mondo religioso: con monsignor Domenico Pompili fonda nel 2017 le Comunità Laudato Si', che raccolgono persone di ogni fede che operano in coerenza con l'omonima enciclica di Papa Francesco di cui Carlìn sarà il primo laico (e a suo modo non credente) a firmare la prefazione. Nasce l'idea di un'ecologia integrale, che mette l'uomo al centro.
Proprio quest'ultima stagione ci aiuta a inquadrare la figura di Carlin in una logica meno ideologica. Petrini è sempre stato un uomo profondamente di sinistra, in gioventù è stato nel Pdiup e ha anche contribuito alla fondazione del Pd. Eppure molte delle sue idee legate alla riscoperta del territorio, della filiera corta, del rapporto con il piccolo artigiano, del produttore, perfino dell'allegria del cibo - mangiare è il più gioioso degli atti politici - mangiare sembrano al momento più vicine a una certa idea di sovranismo alimentare che valorizza il locale, il piccolo, la biodiversità, l'autoctono rispetto a certi empiti di globalizzazione gastrica che trovano spazio nella visione progressista del cibo. Un curioso caso di slittamento ideologico che sottrae alla sinistra - a cui non si può negare la primogenitura di un certo discorso gastronomico in Italia - il monopolio del mangiar bene e consapevolmente.
"Cibo buono, pulito e giusto per tutti", diceva Carlin, uomo probo e destinato al rimpianto che anche questo estremo merito ha avuto: di abbattere gli steccati ideologici che lui stesso in qualche modo aveva contribuito a creare.