Dal caso De Luca ai fischi Ora Renzi teme la figuraccia

Il ritorno del Cav in tv, le contestazioni in piazza e i dati economici: ora Renzi ha paura e la pianta con le spacconate

Dal caso De Luca ai fischi Ora Renzi teme la figuraccia

L'altra settimana in Campania, ieri - di nuovo - in Liguria: l'impegno di Matteo Renzi per far vincere il Pd nelle regioni più in bilico nel voto di domenica è evidente.

Ma il premier sta ben attento a mettere al riparo il proprio governo dall'esito elettorale, e ad abbassare le aspettative sui risultati, spiegando ad esempio che già «un 4 a 3» andrebbe benissimo. Un po' per prudente scaramanzia, e molto per strategia comunicativa: meno ci si attende, più un eventuale successo farà clamore. Ieri, da La Spezia, Renzi ha avvertito che, comunque vadano le cose in Liguria, non ci sarà alcun contraccolpo romano: «Da qualche giorno stanno dicendo che la Liguria è il laboratorio della politica nazionale, che è una sfida nazionale. Ma qui non discutiamo dei laboratori di politica nazionale ma di chi deve governare questa regione: è l'ora di farla finita di trasformare le elezioni in uno scontro per i giochi politici romani». Raffaella Paita, la candidata renziana, corre indebolita dall'handicap del candidato di sinistra promosso dai fuoriusciti del Pd: Sergio Cofferati, il vecchio ex leader Cgil sconfitto alle primarie e quindi in rivolta contro il partito, e Pippo Civati. La preoccupazione del Nazareno si concentra sul risultato di Genova, che elettoralmente pesa molto e dove la Paita è più debole, e sul rischio che la rissa a sinistra induca all'astensionismo la base democrat, favorendo il candidato di Forza Italia Giovanni Toti («Persona per bene, ma dovrebbe dimettersi da europarlamentare», ha detto) e il voto di protesta grillino. Così Renzi ieri ha bollato come «bertinottismo 2.0» il tentativo di un pezzo di sinistra di «far perdere il Pd» e far vincere il candidato berlusconiano, visto che comunque «quelli della sinistra, se va bene, arrivano quarti o quinti, perché di mezzo ci sono anche i Cinque stelle». Durante il comizio il premier è stato interrotto dai fischietti di una ventina di contestatori organizzati, che protestavano contro la riforma della scuola. «Potete fischiare quanto vi pare - la replica - ma noi non siamo quelli che vanno a fischiare alle iniziative degli altri». Anzi, «da qui parte un abbraccio di solidarietà a Luca Pastorino», il candidato della sinistra anti-Pd il cui comitato elettorale ha subito atti vandalici cui riserva una stilettata: «È il miglior amico di Berlusconi».

Sulla scuola, mentre i sindacati continuano a fare muro, il premier lancia segnali di disponibilità: «Non abbiamo detto prendere o lasciare, bisogna ascoltare genitori, studenti e insegnanti». Meno, par di capire, gli apparati sindacali. E sulle forze dell'ordine in serata a Quinta colonna arriva l'annuncio: «Nei prossimi Cdm daremo il via libera all'assunzione di 2.500 fra Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza».

Intanto in Campania i toni del testa a testa tra l'uscente Caldoro e lo sfidante Pd De Luca si infiammano e si prefigura una guerra di carte bollate. Sul capo di De Luca pende la spada di Damocle della legge Severino, in seguito alla condanna in primo grado per abuso d'ufficio. Per oggi è atteso un primo verdetto, quello della Cassazione che deve stabilire di chi sia la competenza in caso di eventuali ricorsi: del tribunale ordinario o dell'onnipresente Tar? Già questo fa capire quanto sia bizantina la faccenda. De Luca sostiene che farà ricorso appena eletto e nel frattempo governerà il vice da lui nominato dopo il voto. Ma c'è chi sostiene che in caso di vittoria il candidato Pd non possa neppure essere proclamato dalla Corte d'appello. E c'è il rischio serio che a governare, nei prossimi mesi, rimanga comunque Caldoro: le interpretazioni sull'applicazione della legge Severino infatti sono tante quante i giuristi italici (a conferma del fatto che le leggi-manifesto creano molti più danni di quelli che pretendono di risolvere), ma un autorevole amministrativista come Giuseppe Abbamonte, consultato dal governatore uscente, afferma che anche se De Luca fosse proclamato e firmasse l'atto di nomina di una giunta e di un vice, la sospensione annullerebbe la validità dei suoi atti, anche delle nomine. Nel paese degli Azzeccagarbugli, si prepara un nuovo tormentone.

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