La Cassazione azzerata dal Consiglio di Stato. Un duro schiaffo al Csm

"La nomina di Curzio a Primo presidente della Suprema corte fu irragionevole". Mai successo

La Cassazione azzerata dal Consiglio di Stato. Un duro schiaffo al Csm

Chi pensava che la magistratura italiana, investita da tre anni da una crisi di credibilità senza precedenti, avesse ormai visto di tutto deve bruscamente ricredersi ieri. Perché dal Consiglio di Stato arriva la sentenza che azzera la nomina più importante varata dal Consiglio superiore della magistratura nell'ultimo anno, quando dopo l'esplosione del caso Palamara e l'epurazione dei suoi membri più compromessi il Csm prometteva comportamenti più trasparenti e lineari nella assegnazione delle cariche. A venire bocciata è invece la nomina del Primo presidente della corte di Cassazione, ovvero il magistrato più importante d'Italia. Non era mai accaduto. La delibera con cui il 15 luglio dell'anno scorso il Csm nominò a quel posto Pietro Curzio viene annullata. Curzio rimane per ora al suo posto, ma è un presidente dimezzato. Quando tra dieci giorni dovrà pronunciare il discorso inaugurale dell'anno giudiziario davanti al Capo dello Stato, su di lui peserà l'ombra della sentenza che definisce «irragionevole» la sua nomina. Ad aggravare la situazione, anche la vice di Curzio, il presidente aggiunto Margherita Cassano, vede annullare la sua nomina. Il cuore della giustizia italiana si ritrova in un marasma senza precedenti.

A presentare ricorso contro la nomina di Curzio era stato il suo più agguerrito concorrente, Angelo Spirito, anche lui come Curzio giudice di Cassazione. Il 12 aprile scorso il Tar del Lazio aveva respinto il ricorso di Spirito, così pure quello presentato contro la nomina della Cassano. Il Tar aveva rilevato che la valutazione del Csm si era «legittimamente mossa nell'ambito della sua discrezionalità , tra profili connotati in termini di eccellenza». Ma Spirito non si era arreso, e ieri porta a casa la vittoria, con la sentenza inappellabile del Consiglio di Stato. Starà ora al Csm decidere se impuntarsi nella nomina di Curzio, rischiando di vedersi dare torto un'altra volta, e con la conseguenza certa di lasciare la Cassazione in un periodo di incertezza di durata imprevedibile.

Nel luglio scorso, la decisione del Csm era stata presentata come un segnale di rinnovamento: più delle appartenenze di corrente, che pure erano reali e notorie (Curzio con la sinistra di Area, la Cassano con la destra di Magistratura Indipendente) venne spiegato che a contare era stato il profilo professionale dei due. Profilo indubbiamente alto. Ma ora la sentenza del Consiglio di Stato attesta che quello di Curzio non era né l'unico né il migliore dei profili presentati. A favore dell'accoglimento del ricorso di Spirito gioca sia la anzianità assai maggiore all'interno della Cassazione (venticinque anni contro i cinque di Curzio) sia la produzione di un numero incomparabilmente più alto di sentenze. Tutti criteri che avrebbero potuto venire scavalcati se il Csm avesse argomentato e motivato con chiarezza la sua decisione. Ma così non è stato. La delibera viene liquidata come «irragionevole e gravemente carente», «è infatti palese la (consistente) maggior esperienza del dott. Spirito»«. È vero, ricorda il Tar, che il Csm ha la sua autonomia di giudizio: ma la nomina di Curzio «va al di là della opinabilità, e cioè del fisiologico esercizio della discrezionalità».

Lo schiaffo del Consiglio di Stato al Csm è tanto più fragoroso perché non mette nel mirino il sistema delle correnti, ma la capacità stessa del Consiglio superiore di riformarsi da solo. E perché arriva dopo un'altra solenne bocciatura, quella della nomina di Michele Prestipino a capo della Procura di Roma. Anche quella nomina era figlia del dopo-Palamara, e venne presentata come la prova che il Csm intendeva tagliare i ponti con i vecchi sistemi. Ci sono voluti mesi perché il Csm si rassegnasse, e tornasse sui propri passi mandando a Roma uno dei candidati che aveva bocciato, Francesco Lo Voi. Ora un Consiglio in crisi di identità e prossimo alla scadenza si vede costretto a riaprire una pratica che credeva chiusa. E insieme alla pratica, inevitabilmente, si riaprono vecchie ferite.

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