Se la sinistra festeggia senza aver giocato la partita

La Waterloo del centrodestra dovrebbe spingerne il gruppo dirigente a spietate analisi, a cominciare da quella se tale alleanza esista ancora o se non siano ormai solo partiti impossibilitati a stare assieme

Se la sinistra festeggia senza aver giocato la partita

La Waterloo del centrodestra dovrebbe spingerne il gruppo dirigente a spietate analisi, a cominciare da quella se tale alleanza esista ancora o se non siano ormai solo partiti impossibilitati a stare assieme, se non in una logica proporzionalista. Ma proprio perché il centrodestra si è sparato nei piedi forzando su Casellati, pur sapendo dell'inferiorità numerica (mentre sarebbe stato meglio tentare la carta Casini), è ridicola la sinistra che festeggia, tra frizzi e lazzi sui social e non solo. Se è stata una sconfitta del centrodestra, non è stata certo una loro vittoria. Non hanno neppure giocato la partita: la carta dell'astensione, oltre che discutibile, indica vuoto di nomi, di idee, di proposte, di visione. È una specie di Aventino, ma furbetto. Avendo una quantità di candidati desiderosi di almeno tentare l'ascesa al Colle, il Pd non ne ha nominato nemmeno uno, non tanto per paura di bruciarlo quanto per non aprire la guerra civile al proprio interno. Non parliamo poi di trovare un candidato comune con i 5s, che a loro volta non avanzano nomi perché non riuscirebbero a trovare una sintesi. Almeno nel centrodestra, spaccatura interne ai partiti non sono cosi evidenti come nell'altro campo. I giallorossi hanno quindi poco da festeggiare: a una coalizione a pezzi, da un lato, rispondono due partiti, Pd e 5 stelle, balcanizzati al proprio interno. Ancora più da respingere le chiacchiere sul presunto sgarbo istituzionale nel candidare la seconda carica dello Stato. Nella storia delle elezioni presidenziali, presidente del Senato e della Camera in carica sono state tra le figure candidate con maggior frequenza: Gronchi, Cossiga, Scalfaro, lo erano tutti quando furono eletti, e cosi Cesare Merzagora e Amintore Fanfani, a cui invece andò male. La scena del presidente del Senato intento a leggere il proprio nome, che a tanti è apparsa una ineleganza, è invece qualcosa di molto comune nella nostra storia repubblicana. Proprio per questa ragione, l'idea ventilata da alcuni che Casellati ora si debba dimettere, oltre che strampalata a rigore di Costituzione, è anche un puro non sense. Infine Casellati è stata la prima donna candidata al Quirinale: la sinistra, a parole tanto femminista, non è riuscita a trovare neppure un'altra figura femminile da contrapporle. Insomma non c'è nessun vincitore, ma solo uno sconfitto: la classe politica, costretta a fronteggiarsi a colpi di astensioni e di schede bianche. Poi però non si venga a lamentare di essere stata commissariata dalla tecnocrazia.

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