La sei giorni di Giorgia Meloni in Asia si conclude dopo l'incontro con il presidente della Repubblica di Corea Lee Jae-Myung, ultimo appuntamento di una missione che in precedenza l'aveva portata in Oman e Giappone. Un viaggio, il più lungo da quando siede a Palazzo Chigi, focalizzato sui rapporti commerciali e sulla cooperazione in comparti chiave come difesa, elettronica, automotive e telecomunicazioni. Ma sul quale inevitabilmente aleggia lo scontro in corso sulla Groenlandia tra Stati Uniti e Europa. Un muro contro muro che nel lungo volo che da Seul la riporta a Roma con tappa finale a Tashkent, dove incontra il presidente dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev non fa che inasprirsi, rendendo sempre più complicato il tentativo di una ricomposizione a breve. Su cui Meloni si sta impegnando in prima persona, tanto che domenica scorsa durante un punto stampa al quindicesimo piano del Lotte Hotel di Seul non ha fatto mistero di aver parlato sia con Donald Trump che con il segretario generale della Nato Mark Rutte, con l'obiettivo di riportare la contesa sotto il comune ombrello dell'Alleanza atlantica. Quello che auspica la premier è che ci si possa sedere a un tavolo con il presidente americano e dare il via a una corposa missione Nato in Groenlandia, con migliaia di uomini e una partecipazione ognuno per la propria quota di tutti gli europei e degli Stati Uniti. Una soluzione che Meloni ha sollecitato anche nei suoi contatti delle ultime ore con diversi leader europei. Tanto che Stefan Kornelius, portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ieri ha definito la telefonata di Meloni a Trump "un contributo utile verso una de-escalation".
Un auspicio che si scontra con le notizie delle ultime ore. Dalle Borse europee in rosso per la minaccia di introdurre ulteriori dazi ai Paesi che hanno partecipato all'esercitazione militare in Groenlandia (tra cui Francia, Germania e Regno Unito) fino all'invito di Trump a Vladimir Putin a far parte del Board of peace per Gaza, una mossa che ha l'obiettivo non solo di mettere in difficoltà gli europei, ma anche di depotenziare l'Onu e i suoi meccanismi di veto e creare un organismo intergovernativo che certifichi le rispettive aree di influenza di Stati Uniti, Russia e Cina. Un forum di cui Trump sarà chairman for life, presidente a vita. Secondo la bozza dello statuto, infatti, la sua rimozione è prevista solo in caso di dimissioni volontarie o incapacità fisiche e mentali. Un incarico, dunque, indipendente del suo mandato alla Casa Bianca che è invece soggetto ai limiti della Costituzione degli Stati Uniti e scadrà il 20 gennaio 2029. Tutte circostanze che hanno portato Emmanuel Macron a declinare l'invito di Trump. La Francia, riferiscono fonti dell'Eliseo, "non è favorevole" a un'adesione al Board of peace che "supera lo stretto quadro di Gaza" e "suscita importanti interrogativi circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite".
Meloni, invece, teorizza un approccio più pragmatico e consapevole del fatto che a prescindere da torti, ragioni e modalità Trump ha comunque il coltello dalla parte del manico, come dimostrano i 225 miliardi bruciati ieri dalle Borse europee (in particolare a Parigi, Francoforte e Milano). Ecco perché in vista del Consiglio Ue straordinario di dopodomani e del successivo World economic forum a Davos, la premier insiste su un approccio cauto e senza strappi, che spinga Trump a sedersi al tavolo. Ragione per cui Palazzo Chigi sta molto frenando sull'ipotesi di rispondere a Trump con contro-dazi da 90 miliardi di euro.
Una strada che non convince Meloni, perché da un muro contro muro tra Europa e Stati Uniti saremmo noi a uscirne pesantemente sconfitti. "Una guerra commerciale spiega il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ieri a Strasburgo ha incontrato il suo omologo tedesco Johann Wadephul sarebbe sbagliata, bisogna dialogare a testa alta con Washington".