"In cella senza motivo". Ma l'ultima voce libera resiste a Lukashenko

Ales Dashcinskij di Radio Svoboda esce oggi dopo 10 giorni di carcere. E non si arrende

"In cella senza motivo". Ma l'ultima voce libera resiste a Lukashenko

«Mi hanno prelevato da casa senza mostrarmi alcun mandato di cattura. L'auto era in strada che mi aspettava. Per dieci giorni sono stato imprigionato in una cella minuscola, dormendo su una rete senza materasso e cuscino. Il motivo? Apparentemente nessuno. Funziona così in Bielorussia». Benvenuti nel pianeta Lukashenko, dove il trattamento raccontato dal giornalista Ales Dashcinskij viene riservato a migliaia di persone e ricorda i raid delle famigerate Ford Falcon verde scuro (senza targa) ai tempi della dittatura dei generali in Argentina. Dalle parti di Minsk il presidente bielorusso ha instaurato il carcere preventivo di dieci giorni. La legge l'ha vergata di pugno l'uomo che dal 1994 guida il Paese con metodi repressivi. «Se dai fastidio, manifestando, oppure, come nel nostro caso, raccontando ciò che accade, ti attende una cella. Puoi avere a disposizione i migliori avvocati, segnalare la situazione alle organizzazioni umanitarie, ma non serve a nulla. Lukashenko ti sbatte al fresco per punizione». Dashcinskij ha 59 anni e lavora per Radio Svaboda, che in russo significa «libertà», l'ultimo avamposto del pensiero democratico in Bielorussia. Ultimo, e per certi versi invalicabile, solo perché la radio fa parte del network internazionale Liberty, finanziato direttamente dal Congresso degli Stati Uniti. Un tempo le stazioni radio oltre la cortina venivano stipendiate direttamente dalla Cia per riuscire a raccogliere informazioni sul blocco sovietico. Dopo la guerra fredda le radio sono uscite dalla clandestinità e dagli schemi dello spionaggio e trasmettono notiziari, anche attraverso la pagina internet, 24 ore su 24.

In questo momento, con Lukashenko che ha costretto la leader dell'opposizione Svetlana Tikhanovskaya a fuggire in Lituania e ha tentato di far arrestare il premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich, che si è rifugiata in Germania, Radio Svaboda rappresenta l'ultima voce non omologata del Paese. I giornalisti si piegano, finiscono in carcere, ma non si spezzano. Giocano sul pericoloso e sottile equilibrio del network sostenuto dagli Usa che gli garantisce una parvenza di immunità. Una radio che Lukashenko ben si guarda per il momento dallo spegnere. «Si limita ad arrestare i nostri giornalisti - aggiunge Dashcinskij - a spaventarci, ma non può tagliare fondi che non sono suoi, come è accaduto con altre testate che si sono dovute arrendere». Dashcinskij custodisce gelosamente l'ultima copia del Apple Daily. È il quotidiano di Hong Kong che ha dovuto issare bandiera bianca per via delle ingerenze di Pechino, smantellato per volere di Xi Jinping in persona. «Per noi rappresenta un monito. A Hong Kong hanno frantumato la libertà di espressione. Qui sarà più difficile. Lukashenko al momento può contare sulla fiducia di alcuni apparati governativi e dell'esercito, ma la popolazione si sta mettendo di traverso. Abbiamo paura, sarebbe falso affermare il contrario, ma siamo tutt'altro che disposti ad arrenderci».

Dashcinskij ha scontato venerdì i 10 giorni del machiavellico gioco del Monopoli applicato alla giustizia. È libero, ma gli hanno sequestrato il passaporto e non potrà neppure lasciare Minsk. In carcere restano ancora però due colleghi di Radio Svaboda, Oleg Gruzdzilovych e Inna Stutdzinskaya. La donna, come ha spiegato il suo avvocato, ha iniziato giovedì uno sciopero della fame, e le sue condizioni di salute non sarebbero ottimali.

Dashcinskij oggi riprenderà servizio in redazione. Il lavoro non manca. Bisogna aggiornare l'elenco delle persone arrestate. Era compito dell'Ong Viasna, chiusa con un blitz armato mercoledì all'esercito. Di organizzazioni non governative ne sono state spazzate via 52 in pochi giorni. Radio Svaboda ne parlerà in un servizio, postato anche sulla pagina internet, dal titolo «Perché il governo sta distruggendo la società civile?». In sintesi l'editoriale accusa il padre-padrone della Bielorussia di aver creato uno stato «paternalistico e autoritario. Per lui l'autoregolamentazione dell'attività civica viene vista come anarchia. Tutto ciò che è indipendente è anormale». Parole che fanno il paio con quelle pronunciate domenica pomeriggio dall'ambasciatrice Usa a Minsk Julie Fisher che ha lanciato un grido d'allarme a Washington: «La Bielorussia sta vivendo una crisi senza precedenti. È peggio che ai tempi dell'Unione Sovietica. Non possiamo restare a guardare».

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