Il cellulare della Marogna consegnato dai pm al Vaticano

Contiene documenti e chat compromettenti. La Procura di Milano l'ha spedito oltre Tevere senza autorizzazione

Il cellulare della Marogna consegnato dai pm al Vaticano

Milano. Si sa che è un Samsung, che dentro c'è una scheda Wind, che il codice di sblocco è 1313. E che fino al 13 ottobre scorso lo smartphone era nelle mani di Cecilia Marogna, la donna dei misteri del Vaticano, la consulente internazionale che la Procura pontificia accusa di essersi intascata mezzo milione di fondi. Dentro il telefono (come insegna il caso Palamara) potrebbero esserci le risposte a molte delle domande che ancora aleggiano sulla vicenda: tra cui i veri rapporti tra la Marogna e l'establishment vaticano, a partire dal cardinale Giovanni Becciu, il sostituto della segreteria di Stato degradato da Francesco.

Basterebbe aprire il telefono, e così magari si capirebbe se la Marogna sia una Mata Hari con la passione delle Vuitton o la vittima di una macchinazione. Peccato che il telefono non sia più in Italia. È già oltre Tevere con tutti i suoi segreti, in mano al capo dei pm di Bergoglio, Alessandro Diddi. Ma come ci sia finito è una dei tanti misteri del caso Marogna. Perché, come è noto, il tentativo vaticano di farsi consegnare la donna dall'Italia è fallito clamorosamente, il fermo è stato annullato, la Marogna scarcerata dopo diciassette giorni a San Vittore. Vista la mala parata, il Vaticano ha comunicato all'Italia di rinunciare a una richiesta di estradizione destinata quasi sicuramente a essere respinta. E la Corte d'appello ha ordinato di restituire alla Marogna tutto ciò che le era stato sequestrato al momento dell'arresto.

E qui entra in scena il Samsung. Si scopre che nel frattempo la Procura milanese, su richiesta della Santa Sede ha avviato anche una rogatoria contro la Marogna. La richiesta è partita dalla Nunziatura apostolica in Italia in direzione del ministero degli Esteri il 26 ottobre, mentre la donna era ancora nel reparto femminile di San Vittore: dagli Esteri è stata trasmessa alla Giustizia e il 19 novembre (dopo una riflessione non breve) l'allora ministro Bonafede l'ha inoltrata alla Procura di Milano. Che, anche se nel frattempo la Marogna era stata scarcerata con tante scuse, dà ai colleghi in tonaca tutto l'aiuto richiesto. E il pezzo forte è proprio il telefono con la sua miniera di chat. Chi conosce la Marogna, d'altronde, sa che è una accumulatrice quasi compulsiva di documentazione, una che non cancella mai niente.

Il Samsung, dopo l'arresto della donna, approda nelle mani del pm milanese Gaetano Ruta, il sostituto procuratore che si occupa della rogatoria vaticana. L'11 gennaio Ruta dispone il sequestro dell'apparecchio. Ma per aprire e analizzare il contenuto del telefono - trattandosi di operazioni non più ripetibili, e che in teoria possono essere manipolate - viene fissata una udienza alla presenza dei consulenti informatici di «lady Becciu». Il 22 gennaio, Ruta convoca per il giorno 29, un venerdì, i legali della Marogna per procedere «al backup del suddetto dispositivo». Ma i legali nel frattempo hanno rinunciato al mandato, la notifica alla Marogna non viene inviata. Non si sa cosa accada il 29, se la Procura faccia aprire il Samsung. Di certo c'è che il giorno dopo, sabato 30, il telefono dei misteri viene precipitosamente consegnato ai Promotori di giustizia vaticani. Sparisce fuori da ogni garanzia, in mano ad un apparato giudiziario controllato direttamente dal potere politico, ovvero dall'autocrazia vaticana.

Il problema, a leggere bene le carte, è che i pm di San Pietro non hanno chiesto ai milanesi il sequestro. Nella sua richiesta del 26 ottobre, Diddi chiede solo la consegna del telefono già sequestrato al momento dell'arresto: ma è un sequestro annullato insieme alle manette. E d'altronde lo stesso Diddi spiega di poter fare a meno del telefono nel caso che «alle operazioni di estrazione dei dati non ritenga procedere direttamente Codesta autorità», ovvero la Procura di Milano. Che invece, chissà perché, prende il Samsung e lo manda in Vaticano.

Commenti