Censis, nel rapporto 2018 emerge il ritratto di un'Italia spaventata, arrabbiata e incattivita

L'annuale indagine delinea il profilo di un Paese impaurito e poco fiducioso. Ma che, nonostante tutto, ha saputo adattarsi ai cambiamenti sociali e "alle regole del progresso economico"

Censis, nel rapporto 2018 emerge il ritratto di un'Italia spaventata, arrabbiata e incattivita

Un Paese "poco incline a spingersi in avanti nella sua interezza, ma che ha trovato in sé l'energia sufficiente per adattarsi ai tempi e alle regole del progresso economico". E che "ha creduto anche all'ultimo residuo di quella cultura progettuale e riformista che pure tanti danni ha fatto nella storia" dell'Italia, "ma che garantisce almeno linee di interesezione attorno alle quali aggregare energie positive, sia economiche che sociali". Perché anche se nell'Italia del 2018 "la ripartenza non c'è stata", il Paese ha fatto uno sforzo. Ed è quanto emerge dal 52° Rapporto Censis, presentato in queste ore, che segnala anche come "nel sottofondo delle dinamiche collettive" si vede una "efficacia dei processi in atto" che "conferma l'antica verità che solo le risoluzioni delle crisi inducono uno sviluppo".

Insicuri, pessimisti e pronti a trasformarsi

Ma la situazione sociale descritta nel report delinea comunque un'Italia alle prese anche con "un rabbuiarsi dell'orizzonte di ottimismo", nella quale si accentuano "lo squilibrio dei processi di inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi di immigrazione". E, infatti, secondo l'analisi dell'istituto l'insicurezza sembrerebbe essere la parola chiave per descrivere la società italiana, dove l'assistenza viene "interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato" e dove le istituzioni formative sono alle prese con un "vistoso calo di reputazione", dove si accentua "il cedimento rovinoso della macchina burocratica pubblica e della digitalizzazione dell'azione amministrativa". Secondo il Censis, gli italiani sarebbero anche "incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro". Ma esistono per l'istituto "lente e silenziose trasformazioni, movimenti obliqui" che "preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita".

Il benessere irraggiungibile

Secondo quanto riportato nello studio, l'italia è ormai il Paese dell'Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori, con una percentuale che corrisponde al 23% contro una media Ue del 30%. Inoltre, il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita.

L'intolleranza diffusa verso il diverso

Il 56,3% degli italiani dichiara ritiene non vero che le cose, in Italia, abbiano iniziato a cambiare davvero. E la poca sopportazione nei confronti degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli che prima si ritenevano inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi. Il 69,7% degli italiani, infatti, non vorrebbe come vicini di casa i rom e il 69,4% persone con dipendenze da droga o da alcol.

Troppo pochi gli ottimisti

Soltanto un cittadino su cinque avrebbe un atteggiamento positivo sul momento che vive. Mentre per il resto prevarrebbero rabbia, disorientamento e pessimismo. Secondo l'indagine, su 100 italiani, infatti, 30 si direbbero "arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle". Sarebbero 28, invece, i "disorientati", non in grado di "capire che cosa stia accadendo". Dei restanti, ventuno vedrebbero un panorama destinato solo a peggiorare, mentre pochi altri guarderebbero alla realtà con uno stato d'animo "positivo" e con fiducia. Due italiani su tre, inoltre, sono convinti che "non ci sia nessuno a difendere interessi e identità" e sarebbero costretti "a farlo da soli".

Il rapporto con la politica e il suo cambiamento

Per il Censis, poi, "l'evoluzione della partecipazione e del consenso elettorale racconta, da un lato, il disimpegno degli elettori come esito del distacco dalla politica e, dall'altro, la frammentazione del consenso conferito ai principali partiti in campo, che significa, in sintesi, il consolidamento di un gap tra politica e società ormai fisiologico". Secondo l'indagine, "in precedenza la politica non rifletteva umori ed emozioni come un semplice specchio, ma riusciva a discernere, selezionare, combinare e a mediare". E, a questo punto, spiega il Censis, "per sfuggire al rischio dell'indistinzione, i politici rinunciano a ogni pratica mediatoria, radicalizzando almeno verbalmente quel che può distinguerli o renderli visibili e più duraturi nel ruminare impietoso del circo mediatico". Ed è così che il linguaggio è cambiato: "la politica rilancia ogni umore ed emozione estremi che circolano in modo più o meno sommerso nella società o fragorosamente visibili sui social network".

Il popolo guarda al "sovrano autoritario"

In questo sistema sociale, "attraversato da tensione, paura e rancore" si "guarda al sovrano autoritario" mentre "il popolo si ricostruisce nell'idea di una nazione sovrana supponendo, con un'interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell'ingiustizia e della diseguaglianza siano tutte contenute nella non-sovranità nazionale". Il Censis attribuisce alla "politica dell'annuncio", a cui mancherebbe però "la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al proprio progetto", questo sentimento.

Squilibrio tra Nord e Sud

L'uscita dalla crisi, ancora non completa, si è sviluppata su due binari che si sono allontanati. Se, infatti, regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna sono in recupero, seguite da Veneto e Toscana, il Lazio rimane cinque punti indietro e la Sicilia 10. Problemi che coinvolgono le aree colpite dal terremoto, ancora bloccate. Il Pil dell'Umbria è, infatti, 12 punti indietro rispetto a dieci anni fa, nel 2008. Ed è, quindi, normale che il flusso dei lavoratori si sposti vero zone più benestanti. A Bologna, il tasso migratorio è di 18,9 su 1000 abitanti, a Milano di 14,3 migranti, a Firenze di 13,2, mentre al Sud si contrappone la fuga dei residenti, 3,6 per ogni 1000 a Bari, 5,9 a Napoli e 9,2 a Palermo.

Sfiducia nel voto e nell'Ue

Quasi un terzo degli italiani non vota o vota scheda bianca. E indifferenza e sfiducia nei confronti della politica sono aumentati negli anni. Nel 2018 si è raggiunto l'apice, con una percentuale dell'astensione che ha raggiunto il 29,4%. Il che, tradotto in numeri, significa 13,7 milioni di elettori mancati alla Camera e 12,6 milioni al Senato. Percepita anche scarsa la fiducia nell'Europa, atteggiamento che però risulta comune a tutti i Paesi in crisi. Chi apprezza l'Ue il 58% dei 15-34enni e il 60% dei 15-24enni, soprattutto per la libertà di viaggiare, studiare e lavorare ovunque nei Paesi membri.

Gli errori della vecchia classe dirigente

Secondo il report, se "ignorare il cambiamento sociale è stato l'errore più grave della nostra classe dirigente del trascorso decennio, l'errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua a essere diffuso, diseguale". Di qui, l'invito del Censis a "un dibattito serio sull'orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definire i nuovi traguardi".

Perché all'Italia di oggi, conclude l'istituto "basterebbe una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e di processi".

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