Certificati manomessi e un'intervista di troppo. Djokovic in campo, ma rischia 5 anni di galera

Rivela di aver incontrato, positivo, un giornalista. Ma gli alibi non reggono

Certificati manomessi e un'intervista di troppo. Djokovic in campo, ma rischia 5 anni di galera

Per combattere «la disinformazione» nelle notizie che lo riguardano, Novak Djokovic ha finito non solo per confermarle tutte, ma per aggiungere particolari che lo hanno messo ancor più nei guai. Capita, quando si pensa di avere sempre ragione. Ma soprattutto la sua vicenda aggiunge aspetti sempre più paradossali, nel momento in cui il numero uno del mondo (nel tennis, non certo nella gestione dei social) rivela di aver fatto un favore a un giornalista incontrandolo quando sapeva di avere il Covid: «Non volevo deluderlo». Poverino. Insomma: prima chiarire le ulteriori puntate che riguardano Novak e l'Australia, bisogna mettere un punto: il suo visto per restare a Melbourne e giocare gli US Open può sparire da un momento all'altro. E le conseguenza potrebbero essere ancor più drammatiche. Tennis, bugie e tamponi: la saga che ha coinvolto governi balbettanti, organizzatori compiacenti e una famiglia che vive sempre con il petto in fuori, ha trovato una nuova puntata dopo la spiegazione data da Djokovic su instagram. Là dove il primo post aveva fatto infuriare gli australiani. Andando per ordine cronologico il serbo ha spiegato che:

1) Il 16 dicembre ha fatto un tampone risultato negativo. Poi ne ha fatto un altro di sicurezza ma ha saputo dell'esito solo il 17 (eppure l'Sms è partito il giorno prima, a chi è arrivato?);

2) Quando ha partecipato all'evento nella sua accademia quindi non sapeva ancora di essere positivo (secondo il referto poi prodotto dai suoi legali);

3) Il 18 ha ricevuto un giornalista dell'Equipe (così come ha rivelato il sito italiano Ubitennis) e appunto non voleva deluderlo: ha tenuto le distanze con mascherina (conferma il collega), poi però ha girato uno spot urlando a squarciagola senza. Ha vietato domande su vaccini e tamponi: «Nessuno mi ha mai avvertito che fosse positivo - ha aggiunto Frank Ramella -, l'ho saputo quando l'hanno fermato a Melbourne».

4) I successivi tamponi del 22 e del 26 sono stati negativi.

5) l'errore di non aver segnalato sul form di ingresso il suo passaggio in Spagna è di uno del suo team che si è scusato.

Tutto chiaro? Mica tanto: il settimanale tedesco Der Spiegel ha fatto analizzare da esperti informatici i vari referti e si scopre che il tampone del 22 dicembre - scansionato lunedì subito dopo il rilascio di Djokovic - risultava positivo, mentre un'ora dopo dava negativo. Invece quello del 16 ha un codice seriale di circa 50mila numeri in più (e non in meno) rispetto a quello del 22, la stessa cifra di tamponi casualmente fatti in Germania appunto tra il 22 e il 26. Il che fa sospettare (i tedeschi, per carità) che qualche manina abbia retrodatato ad hoc quest'ultimo referto.

Mal di testa? Figuratevi quello di Djokovic, che nel post su instagram dice che non parlerà più della vicenda per rispetto delle indagini del Ministro dell'Immigrazione australiano. Il quale non si è ancora pronunciato, mentre il sorteggio del tabellone degli Australian Open - con Novak numero 1 - è alle porte. Ma se qualcuno pensa che sia una buona notizia, sappia che il governo sta allungando il brodo per indagare sulle falsa dichiarazione alla frontiera e sul fatto che abbia ignorato la sua positività per l'ormai famosa intervista («Tornando a casa ho capito che forse avevo commesso un errore». Ma guarda). E per tutto quanto sopra Djokovic rischia fino a 5 anni di carcere, oltre alla sospensione dal circuito di 3 anni da parte delle autorità tennistiche. Magari no, ma i colleghi lo hanno già condannato: al suo arrivo negli spogliatoi è stato infatti silenzio e gelo. Eppure non sarà questo a convincerlo che se 97 tennisti dei primi 100 si sono vaccinati, ad andare contromano sia lui.

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