Ci sono danni per 10 miliardi ma Renzi stanzia 600 milioni

Il premier mette a rischio l'unità nazionale: chiede 3,4 miliardi all'Ue e dà le briciole ai terremotati

Ci sono danni per 10 miliardi ma Renzi stanzia 600 milioni

Gli stanziamenti per la ricostruzione post-sismica possono variare tra i 7,8 miliardi cifrati tra manovra 2017 e decreto terremoto e gli 11 miliardi cui si arriva aggiungendo 2,6 miliardi di Fondi Ue e 1,6 miliardi di extradeficit (la differenza tra il 2,3% della legge di Bilancio e il 2,4% votato dal Parlamento). Insomma, i costi per restituire alle popolazioni colpite case, chiese e capannoni industriali si possono riassumere in questo modo.

Il problema è che, a leggere i testi, i conti a prima vista non tornano. Si tratta della discrepanza tra cifre complessive e stanziamenti annuali. Ad esempio, per l'anno prossimo sono previsti 200 milioni per la ricostruzione degli edifici privati (stanziamento trentennale per un totale di 6,1 miliardi), mentre altri 2-300 milioni saranno finalizzati a rimettere in piedi gli edifici pubblici (stanziamento 2017-2020 di un miliardo). A questi si aggiungono, senza nessun onere per la finanza pubblica, 300 milioni di Fondi europei in capo alle Regioni. Se a questi si sommano circa 400 milioni di risorse già liberate per il 2016, si ottiene un totale di 7,8 miliardi. Ma a ben guardare per il 2017 sono «visibili» (e spendibili) circa 400 milioni più tutto quello che si riuscirà a spostare dalla programmazione del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr). Ora la Commissione Europea, proprio per respingere le critiche che la descrivono «istituzione burocratica che si concentra sugli zero virgola», ha fatto sapere che un quarto dei Fondi Fesr 2014-2020, circa 2,6 miliardi, può essere convogliato sulla ricostruzione con possibilità di finanziamento integrale da parte dell'Europa. L'importante sarà essere rigorosi nella programmazione degli interventi e nella descrizione delle spese. Se le Regioni si attivassero subito, potrebbero spenderli quanto prima. E questo potrebbe aumentare la dote per ricostruire oltre i 10 miliardi di euro.

Il discorso di natura economica, però, non può prescindere dai risvolti psicologici. Con decine di migliaia di sfollati e interi Paesi rasi al suolo come Norcia, Amatrice e Arquata del Tronto, si possono considerare queste risorse sufficienti? Restiamo alle parole pronunciate dal premier Matteo Renzi ieri in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri straordinario. «Se ci sarà bisogno di ulteriori risorse, metteremo ulteriori risorse perché c'è un ampio margine», ha detto il capo del governo ricordando che ancora non c'è una stima precisa dei danni e del numero di persone coinvolte dal disastro. Alle rimostranze del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, sullo scostamento tra lo 0,2% di flessibilità chiesta all'Europa per il sisma (3,4 miliardi circa) e i 600 milioni stanziati per il 2017, fonti del Tesoro hanno replicato che quei soldi sono parte dei capitoli di spesa dei vari ministeri. Ad esempio, della Protezione civile per l'assistenza agli sfollati oppure per gli interventi di messa in sicurezza antisismica su tutto il territorio nazionale per scuole e abitazioni civili (Casa Italia).

La critica è comunque fondata. Ecco perché a Palazzo Chigi si starebbe pensando anche al gesto estremo, cioè l'utilizzo di un ulteriore 0,1% di flessibilità per venire incontro alle istanze dei terremotati, ancorché gli investimenti siano scomputati dal Patto di Stabilità. Come detto prima, questo «aggio» proverrebbe dalla differenza tra il deficit/Pil scritto in manovra (2,3%) e quello votato dal Parlamento con la risoluzione sulla Nota di aggiornamento al Def (2,4%). Si tratta di 1,6 miliardi che potrebbero tornare utili. Renzi, però, aprirebbe un altro fronte con Bruxelles e la crisi diplomatica sarebbe conclamata. La speranza è che, nel caso, i privati suppliscano alle deficienze del pubblico.

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