La Cina ha seminato il panico. In Borsa è un lunedì da incubo

La frenata del Dragone scatena vendite a raffica su tutti i mercati. Milano cede il 6%, l'Europa brucia altri 410 miliardi di euro. Wall Street cade, ma poi riduce le perdite

La Cina ha seminato il panico. In Borsa è un lunedì da incubo

Adesso nelle Borse è panico vero. Quello incontrollato e incontrollabile, azionato da un tritatutto capace di centrifugare i prezzi delle azioni fino a farne poltiglia. Con il Chinese dream azzoppato, con le speranze ridotte di un atterraggio morbido dell'economia del Dragone, i mercati si sono infilati in una tempesta perfetta con sinistri rimandi al crac di Lehman Brothers. Crolli da vero black monday , contrappuntati da una teoria infinita di sospensioni per eccesso di ribasso, hanno servito un inizio di settimana da incubo.

Il risveglio in Asia dopo il week end è invece stato drammatico: da Tokyo (-4,61%) ad Hong Kong (-5,17%), da Shanghai (-8,49%) a Shenzhen (-7,70%) le Borse sono finite a terra come birilli. L'assenza di interventi da parte delle autorità cinesi per arginare il panic selling , forse per far sì che il mercato trovi il suo punto di equilibrio senza interventi esterni, ha amplificato l'esplosione della bolla e creato le condizioni per una seduta choc in Europa. Milano ha vissuto una giornata pesantissima, chiusa con una perdita del 5,96% a 20.450 punti, dopo un «tuffo» a -8%, mentre l'euro risaliva fino a 1,17 dollari (chiusura a 1,1583) e lo spread Btp-Bund reggeva a 131 punti grazie al piano di quantitative easing della Bce. Ma il vortice delle vendite a mani basse ha travolto anche Londra, giù del 4,47%, affossato Francoforte (-4,70%), scosso Parigi (-5,35%) e affondato Atene (-10%) fino ad aggiungere altri 411 miliardi di euro di capitalizzazione bruciata dopo i 2.200 a livello mondiale persi la scorsa settimana. La sola Piazza Affari ha sacrificato 38 miliardi, iscrivendo il lunedì nerissimo come la peggior seduta dal 10 agosto 2011 (-6,65%) e come una delle più pesanti dall'11 settembre 2011.

Una picchiata collettiva senza rete, non essendosi aperto neppure il paracadute di Wall Street, dove le implicazioni legate alla frenata della locomotiva cinese, che rischia di non centrare l'obiettivo di un'espansione del 7% a fine anno e di doversi accontentare di un +3-4%, si estendono fino a condizionare la Federal Reserve. Dalla lavagna degli investitori è stato ormai cancellato il rialzo dei tassi in settembre, dato quasi per scontato fino a un paio di settimane fa, mentre si allungano ombre sulla sostenibilità della crescita Usa.

L'apertura della Borsa americana a New York è stata talmente da brivido, con il Dow Jones collassato di quasi il 6%, da indurre il New York Stock Exchange a ventilare la possibilità di sospendere le contrattazioni per 15 minuti nel caso in cui l'S&P 500 fosse arrivato a perdere il 7%, così come previsto dalla cosiddetta «Rule 48». Non c'è però stato bisogno della regola salva-listini: con un colpo di reni che dà la misura della schizofrenia di Wall Street, gli indici si sono riportati vicino alla parità per poi peggiorare ancora (-3,3% a un'ora dalla chiusura).

Cosa può accadere oggi? Forse un rimbalzo delle Borse? Può darsi, anche se il boccino resta in mano alla Cina. Intanto, bisogna vedere se Pechino continuerà ad assistere al bagno di sangue senza prendere provvedimenti. Il Wall Street Journal ha rivelato che la People's Bank of China, la banca centrale cinese, è pronta ad introdurre nuova liquidità nel sistema finanziario, tagliando le riserve obbligatorie che gli istituti di credito sono tenuti a tenere da parte per garantire la propria attività. Un'altra misura prevista è quella che consente ai fondi pensione di poter investire in attività finanziarie il 30% del proprio patrimonio, stimato in 547 miliardi di dollari. Ben 164 miliardi potrebbero quindi essere liberati, ma è verosimile che un gestore, nelle cui mani c'è il futuro previdenziale di milioni di persone, azzardi investimenti in un mercato talmente fragile?

L'argine contro altri crolli rischia dunque di rivelarsi pericolosamente fragile, visto che rimane il nodo irrisolto di un Paese che non ha ancora saputo affrontare la transizione da un'economia legata alle esportazioni a una in cui pesano anche i consumi di chi ci vive.

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