Cina, legge del taglione per soffocare Hong Kong Gli Usa: "Reagiremo"

Pechino voterà norme per stroncare proteste e libertà nell'ex colonia. Poi tocca a Taiwan

L'annunciata campana a morto per le libertà civili di Hong Kong non tarderà a suonare. All'Assemblea nazionale del Popolo, il Parlamento della Repubblica popolare cinese, che si è aperta giovedì a Pechino non si fa mistero che le modifiche alla Basic Law (la mini Costituzione che regola la vita nella ex colonia britannica tornata alla Cina con regime speciale cinquantennale nel 1997) saranno operative in tempi molto rapidi. Dopo una discussione del tutto formale nel Parlamento che altro non è se non l'espressione del potere assoluto del partito comunista diventeranno legge le nuove norme volute da Xi Jinping, che con il pretesto della protezione della sicurezza dei cittadini strangoleranno la libertà di espressione, quella di manifestazione del dissenso e quella di stampa. Saranno introdotte la censura sui media e nuove leggi che nelle parole del primo ministro cinese Li Keqiang serviranno a «prevenire, fermare e punire» ogni atto di sommossa e secessione, oltre che a vietare «attività di forze esterne o straniere» a Hong Kong.

Questo durissimo giro di vite non arriva inatteso, anche se negli ultimi tempi, con il mondo distratto dal Covid-19, nessuno si era più preoccupato del destino di Hong Kong. Xi aveva chiarito da tempo che non avrebbe più tollerato manifestazioni di opposizione al potere cinese nella «regione speciale» dove pure il suo Paese si era impegnato con Londra a rispettare una serie di garanzie democratiche fino al 2047. Dodici mesi di accese e oceaniche manifestazioni per chiedere quelle libertà politiche che il regime comunista non intende concedere hanno scavato un solco incolmabile tra i cittadini e la detestata governatrice Carrie Lam. La quale, a riprova del suo essere null'altro che una figura asservita a Pechino, ieri era al Parlamento cinese per chiedere che le leggi che segneranno la fine dei diritti civili per i suoi concittadini siano promulgate al più presto. E così certamente avverrà.

Resta da vedere se la repressione avrà luogo con o senza spargimento di sangue, perché è facile prevedere che Hong Kong non si arrenderà senza lottare. Le speranze della città sono appuntate sul sostegno occidentale, ma c'è purtroppo del vero nell'affermazione del governo cinese secondo cui Hong Kong è un affare interno della Cina: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna possono alzare la voce, possono minacciare sanzioni, ma non sarà possibile impedire a Xi di usare la violenza per schiacciare la volontà popolare. Così come serve a poco la coraggiosa presa di posizione di Taiwan che denuncia «l'errore di Pechino» nello scegliere la repressione e prevede il caos a Hong Kong. A Taipei sanno benissimo che, nelle intenzioni di Xi, dopo Hong Kong dovrà toccare a loro: ieri Li Keqiang ha detto che Pechino «incoraggerà la riunificazione con Taiwan», evitando di definirla «pacifica» e dando per sottinteso che riunificazione significhi che Taiwan diventerebbe una provincia della Repubblica popolare, comunistizzata come tutte le altre. Al momento, la situazione a Hong Kong è tema di polemica politica tra il presidente americano Donald Trump (che promette «reazioni molto forti») e il suo sfidante democratico Joe Biden, che ieri ha invitato il mondo a porre fine a «un silenzio devastante» e a condannare la Cina. Queste le parole: si attendono i fatti.

La Cina, infine, ha motivi non solo politici, ma anche economici, per suonare la grancassa nazionalista contro Hong Kong e Taiwan. Per la prima volta in 25 anni, il governo ha evitato di annunciare il suo obiettivo di crescita per il 2020. É l'ammissione delle enormi difficoltà inflitte all'economia nazionale dall'epidemia di coronavirus. In mancanza di obiettivi economici, non rimane che orientare «le masse» (in Cina non esiste una «opinione pubblica») su bersagli di altra natura. Li è stato esplicito: «Ci concentreremo su ordine e sicurezza».

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