Il "codice di Firenze". Così le toghe rosse riscrivono la giustizia

Un tribunale d'assalto tra sentenze creative e solite accuse a Renzi e Berlusconi

Il "codice di Firenze". Così le toghe rosse riscrivono la giustizia

«Ha già sofferto abbastanza. Non processiamolo». E chi ha deciso se e quanto l'imputato ha sofferto, chi può calibrare l'incontro tra pietà umana e certezza del diritto? In quel tempio della giustizia creativa che è diventato da qualche tempo il palazzo di Giustizia di Firenze, succede anche questo. Che un giudice chiamato a processare un imprenditore per omicidio colposo, dopo che un manovale era precipitato dal tetto di un cantiere, decide di non condannarlo, di fermare il processo e di mandare gli atti alla Corte Costituzionale. Motivo: il morto era il nipote dell'imputato, e il dolore che lo zio si porta appresso è una pena naturalis che rende superflua la condanna. Piccolo dettaglio: nel frattempo il padrone dello stabile, non essendo parente del morto, è già stato condannato.

Sarà ora la Consulta a decidere se, come sostiene il giudice fiorentino, dichiarare colpevole l'imprenditore-zio sarebbe una «pena inumana», contraria pertanto alla Costituzione. Nell'attesa c'è da notare che il giudice che ha sollevato la questione, Franco Attinà, iscritto a Magistratura democratica, è un habituè dei ricorsi alla Consulta, che finora gli sono spesso andati male (l'ultima volta la Corte lo accusò di volersi sostituire al Parlamento, «ingerendosi nella valutazione operata dal legislatore»). E va anche notato che questo approccio creativo al diritto a Firenze non è praticato solo dal giudice in questione. Come se un refolo di genialità spirasse dall'Arno fin sul mastodontico palazzo di viale Guidoni.

A non accontentarsi di quel che dice la legge, sostiene per esempio da tempo Matteo Renzi, è la Procura fiorentina, guidata da Luca Turco anche lui per anni in Md - dopo che il vecchio capo Giuseppe Creazzo se n'era andato, portandosi dietro un procedimento disciplinare per molestie sessuali. Secondo l'ex presidente del Consiglio, Turco e i suoi pm hanno interpretato a loro modo (nel senso che se ne sarebbero più o meno infischiati) la sentenza della Cassazione che li obbligava a restituire a un imputato del caso Open il contenuto del suo telefono e del suo computer: però prima ne fecero la copia e la mandarono al Parlamento.

Altro più recente esempio di giustizia disinteressata alle banali regole formali è quanto avviene ieri, con la diffusione da parte dei pm fiorentini o dei loro consulenti o dei loro investigatori (altri non risulta che avessero in mano il documento) di una nuova perizia depositata nell'interminabile inchiesta contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri nientemeno che come mandanti delle stragi di mafia. Una perizia che scava su movimenti societari vecchi di quarant'anni, alla caccia di capitali mafiosi (di cui alla fine non trova traccia). La relazione dei pm finisce sui giornali, la Procura dovrebbe in teoria aprire una inchiesta su chi abbia fatto girare la carta, invece tutto tace. Sarà il codice penale del Granducato di Toscana.

A una sua orgogliosa autonomia dal resto del mondo la giustizia fiorentina è avvezza da sempre, basta ricordare che la Procura del campanil di Giotto fu l'unica a scontrarsi con

quella milanese ai tempi di Mani Pulite. Così ora si presenta come l'ultimo ridotto della resistenza in toga, la trincea degli irriducibili, mentre nel resto d'Italia, pm e giudici ci rassegnano ad aspettare il 27 del mese.

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