Il Comitato di bioetica: "Niente cure inutili sui bambini terminali"

Scelta la «linea inglese»: prevale la linea dei medici anche se i genitori non sono d'accordo

Ricordate il piccolo Alfie Evans? Il bimbo inglese affetto da una patologia neurologica degenerativa che i genitori, disperati, tentarono di far trasferire al Bambin Gesù di Roma quando i medici stabilirono che l'unica cosa da fare era staccare le macchine? Si mosse pure papa Francesco, ma i giudici inglesi furono inflessibili. E fecero prevalere il parere dei medici, sicuri che staccare la spina fosse la cosa migliore da fare nell'interesse del piccolo, senza speranza secondo i dottori, imponendo quella scelta anche ai genitori, costretti ad arrendersi alle sentenze nonostante i ricorsi e la mobilitazione internazionale. E a vedere il loro figlio privato delle cure per via giudiziaria morire ad aprile del 2018.

Ora la via britannica sarà forse seguita anche nel nostro Paese. È di ieri la pubblicazione sul sito del Comitato nazionale di bioetica di una mozione su un tema a dir poco sensibile, e capace come pochi di dividere l'opinione pubblica: l'accanimento clinico sui bambini. O come si legge nel titolo del documento di 5 pagine, redatto dal giurista esperto di bioetica Lorenzo D'Avack e dalla filosofa e bioeticista Laura Palazzani, la «ostinazione irragionevole dei trattamenti sui bambini piccoli con limitate aspettative di vita». Nelle sue riflessioni, il Cnb invita appunto esplicitamente i medici che hanno in cura bambini piccoli in condizioni disperate a evitare l'accanimento. E, aggiungono gli esperti del comitato, con una precisazione che sembra destinata a sollevare polemiche e controversie, li invita a evitarlo a prescindere dalle intenzioni e dalle convinzioni dei genitori. «Si deve evitare che i medici si immettano in percorsi clinici inefficaci e sproporzionati solo per accondiscendere alle richieste dei genitori e/o per rispondere a criteri di medicina difensiva», si legge al primo punto delle dodici raccomandazioni che chiudono la mozione. Perché, secondo il Cnb, ci sarebbero due moventi per l'accanimento clinico in casi medici che riguardano bambini piccoli: uno «istintivo», nonché appunto «su richiesta dei genitori», perché di fronte a un bambino malato «si è portati a fare tutto il possibile, senza lasciare nulla di intentato, per preservare la loro vita, senza considerare gli effetti negativi che ciò può avere sull'esistenza del bambino in termini di risultati e di ulteriori sofferenze». E il secondo, invece, difensivo, un accanimento scelto dai medici per scansare «possibili accuse di omissione di soccorso o di interruzione attiva delle cure o dei trattamenti di sostegno».

E dunque, anche se gli esperti convengono che nel caso dei bambini le questioni di accanimento clinico vadano «per lo più affrontate con un'analisi individualizzata, che tenga conto delle condizioni specifiche presenti nelle diverse realtà concrete», ai genitori viene concessa, come garanzia della loro «libertà di scelta», una «eventuale seconda opinione» da parte di una diversa equipe medica, finalizzata spiega il Comitato ad avere una «maggiore condivisione nell'iniziare o continuare o sospendere i trattamenti in corso». Ma se entrambe le opinioni convergono sul secondo caso, e una volta fallita la mediazione con i familiari che pure il comitato caldeggia, se questi dovessero insistere nel proseguire i trattamenti contro il parere medico, secondo il Cnb «come extrema ratio» bisogna prevedere il ricorso ai giudici. Che avrebbero, appunto, come in Gran Bretagna, l'ultima parola. Scavalcando anche la volontà dei genitori.

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