L'Imam mente se dice che rappresenta l'Islam

In arabo significa "colui che sta davanti": è in realtà un fedele che guida la preghiera collettiva all'interno della moschea

L'Imam mente se dice che rappresenta l'Islam

Mercoledì 4 novembre al Hemingway Caffè a Villalba di Guidonia, in provincia di Roma, in uno spazio per gli incontri culturali dove stavo presentando il mio nuovo libro «Islam. Siamo in guerra», ho dovuto scontrarmi con un gruppo di sedicenti imam, intesi genericamente come guide religiose islamiche.

Uno di loro, con un italiano approssimativo che attesta il sostanziale rifiuto di integrarsi, ha preso la parola per dire «Magdi Allam è ignorante, tutto ciò che dice dell'islam è falso», «l'Isis non c'entra nulla non l'islam», «l'islam è una religione di pace come il cristianesimo», «islam e cristianesimo credono nello stesso Dio e negli stessi profeti». Poi ha giustificato il suo intervento censorio nei miei confronti: «A me l'islam è caro. Io rappresento l'islam».

Dopo averlo sfidato a dimostrare l'infondatezza delle prescrizioni violente di Allah nei versetti coranici e delle atrocità perpetrate da Maometto che avevo evocato, ho controbattuto sulla questione cruciale della rappresentatività dell'islam: «Tu non rappresenti l'islam, sei solo un impostore». Si tratta di un nodo fondamentale nel rapporto dello Stato con l'islam. Perché l'imam, che in arabo significa «colui che sta davanti», è in realtà un fedele che guida la preghiera collettiva all'interno della moschea, svolgendo una funzione che è intercambiabile, nel senso che oggi l'imam può farlo Tizio e domani Caio. L'imam pertanto potrebbe essere considerato un «funzionario» religioso, nel momento in cui dovesse svolgere regolarmente la guida della preghiera collettiva.

Ma non può essere concepito come una «autorità» religiosa. Il sacerdote o il pastore fondano la loro autorità religiosa o sull'investitura dall'alto laddove, come nella Chiesa cattolica, è presente una gerarchia che fa capo a un Papa, o sulla scelta da parte della comunità dei fedeli, come nelle Chiese evangeliche. Viceversa l'attribuzione del titolo di imam è auto-referenziale, arbitraria e menzognera. È sufficiente che un musulmano intraprendente apra un luogo di culto, che sono quasi tutti mascherati sotto forma di «centri culturali islamici», si auto-attribuisca il titolo di imam affinché venga riconosciuto alla stregua di autorità religiosa, sia dai fedeli che lo frequentano sia dalle istituzioni civili e religiose non musulmane.

È ormai diventata consuetudine che all'inaugurazione di un «centro culturale islamico» partecipino, al fianco del sedicente imam, il sindaco e il vescovo o un loro rappresentante. Essere imam di una moschea si traduce inoltre in una fruttuosa attività imprenditoriale, perché consente di guadagnare lautamente raccogliendo le offerte dei fedeli nella principale preghiera collettiva del venerdì, in aggiunta alla zakat, uno dei cinque pilastri dell'islam che corrisponde ad una tassa annuale sulla propria ricchezza, nonché alle donazioni elargite dagli stati islamici e, infine, alla possibilità di beneficiare dei fondi pubblici e privati destinati alle attività culturali. Periodicamente scopriamo che i sedicenti imam sono in realtà dei predicatori d'odio. In Italia sono stati espulsi decine di imam, sia «moderati» come quello della Grande Moschea di Roma Abdel-Samie Mahmoud Ibrahim Moussa, sia radicali come quello della moschea di viale Jenner a Milano Abu Imad. Ebbene è ora di smetterla di farci raggirare da degli impostori pur di rispettare l'islam costi quel che costi, anche se è intrinsecamente incompatibile con le nostre leggi e nemico dichiarato della nostra civiltà.

magdicristianoallam.it

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