Commesse in fumo e tensioni con gli Emirati. Ecco i danni di Di Maio al timone degli Esteri

La politica fallimentare del ministro. Così danneggia il settore della Difesa

Commesse in fumo e tensioni con gli Emirati. Ecco i danni di Di Maio al timone degli Esteri

La politica estera fallimentare del ministro Luigi Di Maio sta creando non pochi problemi alle aziende italiane legate al settore Difesa. Alcune imprese stanno perdendo contratti importanti.

L'ultimo caso è quello di una realtà italiana alla quale è arrivato il diniego per una commessa da 40 milioni di euro con l'Egitto per la quale c'era già il semaforo verde della Difesa. Il titolare della Farnesina detta il bello e il cattivo tempo in questo settore. Questo perché la legge glielo consente.

Così gli amici dei 5 stelle, secondo ciò che raccontano diverse imprese, vedono portarsi avanti qualsiasi cosa. Gli altri, con la scusa della linea dura sui casi Regeni e Zaki, rimangono con un pugno di mosche in mano.

«Sulle norme che regolano l'esportazione di armamenti o materiali della Difesa - spiega l'ex capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, generale Leonardo Tricarico - ci siamo espressi a livello tecnico sia io che altri 3-4 cultori della materia. Su alcune cose siamo tutti d'accordo: va sottratta a un funzionario del ministero degli Esteri di medio livello, che è colui che firma materialmente le autorizzazioni e le decisioni, come pare, di un solo ministro». Perché, prosegue il generale, «Di Maio in solitudine non si può arrogare il diritto di condizionare gli interessi nazionali che non sono solo quelli della politica estera, ma la sintesi di tutta una serie di interlocuzioni che competono anche ad altri comparti politici e del governo». Il generale chiarisce: «Abbiamo convenuto che nell'ottica di una riconsiderazione di queste norme va reintrodotto nella legge 185/90 un sodalizio che si chiama Cisd, comitato interministeriale cui devono fare capo tutte le autorizzazioni, perché è un comitato di ministri e lì sicuramente si può materializzare l'interesse nazionale più di quanto non avvenga oggi. La legge non è più attuale, è nata trent'anni fa in condizioni totalmente differenti e quindi oggi va rivista». Qual è il vero problema? «L'Italia - conclude Tricarico - sta pagando a caro prezzo il praticantato di una classe dirigente totalmente inesperta».

Intanto, la Difesa sta cercando di capire come risolvere la complessa situazione creatasi con gli Emirati arabi dopo il divieto di sorvolo dello spazio aereo imposto a un velivolo militare con a bordo 42 giornalisti diretti in Afghanistan.

L'altro ieri Dubai ha invitato gli italiani a lasciare la base logistica di al Minhad. «Ce la invidiavano tutti - spiega Salvatore Tafuro, presidente della RI di Trepuzzi che realizzò la base e la inaugurò 4 anni fa alla presenza dell'allora Capo di Stato Maggiore dell'Am, generale Enzo Vecciarelli - soprattutto per come era stata realizzata, con un occhio di riguardo all'ecologia e al verde. Costò circa 5 milioni di euro. Ora è da capire se dovremo portare via i materiali o lasciarli a chi ci ospita come facemmo per la fob di Farah, in Afghanistan». Al momento è difficile che il nodo logistico italiano possa essere trasferito in Kuwait, dove già la Difesa ha fatto confluire due basi. Le possibili soluzioni sono allo studio dei vertici. Dopo l'embargo sulle armi voluto da Di Maio, gli emiratini si sentono come un cane al quale si è pestata la coda.

Ovvio che rispondano così. Forse, oltre alle leggi, andrebbe cambiato anche ministro.

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