In sigla sono Mbz e Mbs: Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati arabi uniti e Mohammed bin Salman, principe della corona e leader di fatto dell'Arabia Saudita. Tra di loro 25 anni di età (l'emiratino ne ha 65) e una rivalità esplosa ieri con il clamoroso addio di Abu Dhabi all'Opec. Il fuoco però ardeva sotto la cenere da tempo. E paradossalmente la guerra del Golfo scatenata da Donald Trump ha avuto solo l'effetto di metterla da parte per un attimo: troppo pressante l'esigenza di affrontare insieme il comune nemico iraniano. Poi, però, i contrasti hanno finito per prevalere. Non solo su come affrontare il testa a testa con Teheran; a pesare è soprattutto lo scontro per l'egemonia sul mondo arabo e medio-orientale che vede il suo maggior punto di tensione nello Yemen. Nel Paese, considerato uno dei maggiori punti di emergenza umanitaria a livello mondiale, si affrontano le milizie sciite degli Houti, alleati dell'Iran, e i combattenti sunniti. Questi ultimi a loro volta sono divisi in due grandi gruppi: il Southern Transitional Council (STC), consiglio transitorio meridionale, cresciuto sotto l'ala degli Emirati; e il movimento Al-Islah, armato e finanziato dall'Arabia Saudita. Dal 2015, quando fu lanciata l'operazione anti-sciita Decisive Storm, i due schieramenti sunniti hanno vissuto tra contrasti e compromessi. Ma in tempi recenti Il STC ha messo a segno importanti successi sul campo, fino a diventare una presenza importante al confine saudita. Proprio quello che Riyadh non poteva accettare. Così il 30 dicembre scorso l'aviazione saudita ha messo a ferro e fuoco il porto yemenita di Mukalla, quartier generale del Southern Transitional Council, assestando un duro colpo alla sua esistenza. Quella che alcuni analisti avevano definito una guerra fredda ha così conosciuto un picco inedito, ma comprensibilissimo se si guarda al significato che lo Yemen rappresenta per i due Paesi. I Sauditi lo considerano un presidio difensivo indispensabile per la propria sicurezza alla frontiera meridionale; gli Emiratini lo inquadrano invece in un disegno di espansione lungo le grandi rotte commerciali della regione. A questo si aggiungono due diverse concezioni di fondo dello scacchiere arabico: Riyad si fa forte del fatto di essere la maggiore potenza della zona con i suoi 23 milioni di abitanti contrapposti al milione o poco più di cittadini emiratini (ad Abu Dhabi e dintorni quasi 9 residenti su 10 sono stranieri). Per gli Emirati invece il maggior pericolo è rappresentato dal periodico riemergere della Fratellanza Musulmana, movimento che secondo gli sceicchi del Golfo, gode di troppi appoggi dalle parti della famiglia reale saudita.
Così il contrasto appena visto per lo Yemen si ripete in altre aree. In Libia gli Emirati sono stati tra i maggiori sostenitori del generale ribelle Khalifa Haftar, assicurando alle sue truppe armi e sostegno aereo anche durante l'offensiva su Tripoli del 2019. Qui il principale avversario è la Turchia che sostiene militarmente il governo riconosciuto a livello internazionale. In Sudan, dove è in corso una feroce guerra civile, Arabia ed Emirati combattono su fronti opposti: la prima appoggia le Saf (Sudanese Armed Forces), i secondi le Rapid Support Forces (Rsf). Nella zona del Corno d'Africa gli emiratini sono stati tra i maggiori sponsor del Somaliland, autoproclamatosi indipendente dalla Somalia, e che a livello internazionale è riconosciuto solo da Israele. E proprio i rapporti con Israele sono l'altra grande linea di faglia che divide i due ex alleati dell'Opec. Dal 2020, con i cosiddetti Accordi di Abramo, gli EAU hanno puntato buona parte del loro futuro diplomatico su una normalizzazione dei rapporti con Washington e Gerusalemme.
Riyad gode di buoni rapporti con gli Usa dell'era Trump, ma per quanto riguarda Israele ha sempre detto di voler condizionare eventuali passi avanti al riconoscimento di uno Stato palestinese. Una posizione che si è ulteriormente radicalizzata dopo l'invasione di Gaza.