Congedo parentale, un mese per i papà

Il governo sta studiando una nuova forma di «condivisione degli obblighi familiari»

Congedo parentale, un mese per i papà

Un unico congedo familiare della durata di sei mesi, quando in una coppia arriva un figlio. Un prolungamento (ed estensione a entrambi i genitori) di quel periodo di pausa lavorativa conosciuta come «maternità». È l'idea del governo che potrebbe diventare riforma, puntando a sanare nelle intenzioni il «Gender Pay Gap», ovvero la differenza di stipendio attualmente a vantaggio degli uomini.

Cosa cambierebbe in sostanza? In Italia, allo stato attuale, sono previsti cinque mesi di congedo obbligatorio per la madre; solo da pochi anni vige l'obbligatorietà della «pausa» anche per il padre, che proprio nel 2020 aumenta da cinque a sette giorni, più un giorno facoltativo (possibile solo in caso di sostituzione della madre). Un mese di maternità in più per le donne, quindi, quale nodo centrale di un tema che la prossima settimana sarà sottoposto al ministero del Lavoro, per cui un gruppo di esperti sarà chiamato a studiare le proposte sul suddetto gender pay gap. «Gap» (divario) che in Italia viene ponderata dall'Istat al 7,4%. Effetto dell'eventuale modifica sul congedo dei genitori, tra gli altri, l'80% del tempo (poco meno dei cinque mesi di oggi) riservato alla madre, e il restante 20% (poco più di un mese) riservato al padre: tempi che resterebbero comunque al di sotto di quanto previsto nell'Unione Europea, e anche notevolmente.

«Se sono sempre le donne a dover conciliare lavoro e cura ha spiegato Francesca Puglisi, sottosegretario al Lavoro per il Pd - non cambierà mai nulla. E invece bisogna passare dalle politiche di conciliazione a quelle di condivisione». E ancora: «In Italia c'è un divario di occupazione tra uomini e donne che sfiora i 20 punti, al top nell'Unione europea. Chi non lavora è più debole e può essere spinta a non denunciare anche in caso di violenze familiari perché non c'è autonomia lavorativa. Mantenere il lavoro è fondamentale». L'aspetto più a cuore della possibile riforma, sarebbe l'impiego delle donne, anche in termini di stipendi; impiego e stipendi sui quali, ad oggi, pende grossa parte del cosiddetto «lavoro di cura», ovvero l'onere di provvedere alle necessità figli e, in questo caso, alla loro assistenza subito dopo la nascita. Gli incentivi alla conciliazione tra lavoro e famiglia, introdotti negli ultimi anni, risultano insufficienti per assottigliare la differenza tra donne e uomini quanto a condizioni e concessioni nella carriera: chi, più spesso, abbandona una professione o ricorre al part-time è una donna con figli a carico, e soprattutto da questo parte l'idea di un sistema che, in qualche misura, obblighi i padri a condividere il lavoro di cura. Con le croci, le delizie, e le ricadute sulla professione che tendebbero a riequilibrare il divario.

Un piano che muove solo i primi passi, dunque ancora non provvisto di dati fondamentali: a partire dalla stima del costo per le casse pubbliche, nel caso di una riforma tarata su queste intenzioni. Nel periodo di congedo obbligatorio, l'80% della paga non viene versata dal datore di lavoro al suo dipendente, bensì dall'Inps. In termini di costi (non ancora quantificati, appunto), la penalizzazione delle casse pubbliche sarebbe forte, semmai l'allungamento della maternità diventasse effettivo. E, finché le reali possibilità finanziarie del Paese non si confronteranno con le idee sul «gender gap», benefici e beneficiari reali di una simile riforma non saranno chiari. La direzione vorrebbe essere sanare gli squilibri, sì: ma conti alla mano.

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