La Consulta boccia la legge "spazzacorrotti". Altro colpo alla riforma di Conte-Bonafede

Per i giudici della Corte "pene minime innalzate di 48 volte senza alcuna razionalità"

La Consulta boccia la legge "spazzacorrotti". Altro colpo alla riforma di Conte-Bonafede
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Voi corrotti sarete marchiati a vita», «non potrete più farla franca», «non passerete sonni tranquilli». Così Luigi Di Maio il 4 settembre 2018 annunciava trionfante - dopo appena tre mesi dall'arrivo dei 5 Stelle al potere - la presentazione della legge (un po' trivialmente) battezzata da lui stesso «Spazzacorrotti». Era l'apoteosi del grillismo, la bandiera della via populista alla giustizia.

Ieri quella legge incamera un record: non perché un suo articolo viene bocciato dalla Corte Costituzionale, incidente che accade con una certa frequenza. Ma perché la Consulta trasforma la bocciatura in una stroncatura, impiegando contro la legge-bandiera del primo governo Conte espressioni di una pesantezza senza precedenti. Sembra quasi vederli, gli austeri giudici di piazza del Quirinale, chini a leggere il testo e a chiedersi: ma chi l'ha scritta, sta roba?

«Sprovvisto di qualsiasi plausibile giustificazione»: così la Corte definisce, senza mezzi termini, l'articolo della legge che aumentava a dismisura le pene per il reato di appropriazione indebita, passato da un minimo di quindici giorni a un minimo di due anni, «un innalzamento del minimo edittale di ben quarantotto volte», sottolineava il giudice di Firenze che aveva sollevato la questione. L'appropriazione indebita era fino ad allora un reato da poco, che poteva essere commesso anche da un privato cittadino (e infatti sotto accusa a Firenze c'era un mediatore immobiliare) ma che i ministri grillini avevano indicato come l'anticamera della tangente, «l'attività prodromica ai fenomeni corruttivi», il tesoro «cui poi attingere per pagare il prezzo della corruzione». Effetti deliranti: l'appropriazione veniva punità più duramente del furto vero e proprio e della truffa aggravata.

Ieri, investita della faccenda, la Corte Costituzionale va giù con la clava. È vero che il Parlamento può emettere leggi a sua discrezione: «discrezionalità, tuttavia, non equivale ad arbitrio». La spiegazione fornita in Parlamento dai 5 Stelle per far approvare la legge «non è in grado di fornire alcuna giustificazione razionale della scelta di innalzare di quarantotto volte la pena minima». «Resta del tutto oscura», dice ancora la Corte, la motivazione della norma. «L'assenza di qualsiasi plausibile giustificazione di un così rilevante inasprimento rende di per sè costituzionalmente illegittima» la norma della «spazzacorrotti».

Non è solo la abolizione di un singolo articolo, è la bocciatura di un sistema di fare leggi pensando più alla propaganda che alle conseguenze reali. Nel furore degli esordi grillini, quando dai balconi di Palazzo Chigi si annunciava «abbiamo abolito la povertà», la «Spazzacorrotti» si inseriva a pieno titolo. I 5 Stelle erano in buona compagnia: né dalla Associazione nazionale magistrati nè dal Csm, sempre pronti a dire la loro su leggi, progetti di legge e ipotesi di legge, era arrivata alcuna critica, nessuna delle toghe vip si era accorta della grossolana incostituzionalità della nuova norma sulla appropriazione indebita, come nessuno si era accorto che le legge pretendeva di essere retroattiva, e anche lì dovette intervenire la Corte Costituzionale.

D'altronde di lì a poco la «Spazzacorrotti» sarebbe stata utilizzata dal Procuratore nazionale antimafia Federico de Raho, oggi deputato grillino, per pretendere davanti al Parlamento il monopolio delle segnalazioni di operazioni sospette di Bankitalia, creando le condizioni per lo scandalo di cui si parla oggi. A un bel pezzo di magistratura, la «Spazzacorrotti» piaceva.

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