Conte diventa anticapitalista. "Il libero mercato è iniquo"

Il neo leader M5s sposta la linea politica sempre più a sinistra. "Giustizia sociale grazie ai pubblici poteri"

Conte diventa anticapitalista. "Il libero mercato è iniquo"

Al posto del Vaffa c'è la cura delle parole, ma rimangono ancora il superamento del capitalismo e l'ostilità verso il libero mercato. Teoremi esplicitati dopo un minuto e mezzo di filmato, nel video di presentazione della nuova Carta dei principi e dei valori del M5s di Giuseppe Conte. Voce suadente, toni melliflui e contenuti che non si discostano troppo da certi estremismi delle origini, l'ex premier discetta di «Economia eco-sociale di mercato», la quinta stella del Movimento 2.0. «Il modello di sviluppo capitalistico, affidato alla piena libertà del mercato, non è in grado di garantire equità sociale», si sente dire dalla voce fuori campo di Conte. L'agenda non è così tanto diversa rispetto ai tempi in cui Beppe Grillo urlava dai palchi, proponendo un modello di società che archiviasse quello attuale. E c'è sempre il chiodo fisso dei conflitti di interesse. Quando l'avvocato spiega che «bisogna impedire la concentrazione dei poteri economici nelle mani di pochi». Accompagnate da una colonna sonora da kolossal, ecco le altre quattro stelle: i beni comuni, l'ecologia integrale, la giustizia sociale, l'innovazione tecnologica. Mentre scorrono immagini da documentario, Conte sostiene di credere in «acqua, aria, foreste, ghiacciai, tratti di costa che sono riserva ambientale». Quindi spunta il concetto di «ecologia integrale». E ancora la carta del M5s parla di «superare i tradizionali modelli di sviluppo costruiti esclusivamente sugli indici di crescita». Non proprio la piattaforma di un Movimento che, come aveva detto Conte qualche mese fa, avrebbe dovuto rivolgersi anche all'elettorato moderato. L'ex premier è tirato per la giacchetta dalle correnti più di sinistra e giustizialiste del mondo grillino. C'è chi, tra i Cinque Stelle, lo chiama «il partito del Fatto», alludendo al ruolo di ispiratore del contismo assunto dal quotidiano di Marco Travaglio. Dopo aver guardato il video e ascoltato le minacce spuntate dell'avvocato sulla riforma della giustizia, dal fronte dei parlamentari governisti emergono riflessioni di questo tipo: «Veramente noi avevamo scelto Conte perché è equilibrato, ma quando ascolta Travaglio sembra Di Battista». Gli somiglia quando pone l'accento sull'«etica pubblica». Un concetto che va oltre il rispetto della legge, perché «questo impegno evoca lo spazio proprio della responsabilità politica, che va tenuta distinta dalla responsabilità giuridica, in particolare penale». E poi di nuovo le parole d'ordine della «giustizia sociale» e la legalità, declinata nella contrapposizione manichea tra i «cittadini onesti» e tutti gli altri. Tutto ammantato da una patina di correttezza politica, con l'inserimento della «cura delle parole» anche nella carta dei Valori, quasi a sconfessare il Vaffa del Garante.

Grillo che è diventato l'elemento stabilizzatore del quadro interno. Perché la paura di una scissione «governista» filo-Draghi, capeggiata dal comico, è uno dei motivi per cui Conte non affonda il colpo sulla giustizia. La tentazione del ribaltone resta, sebbene sia di difficile concretizzazione a causa dei numeri in Parlamento. Ieri Conte ha incontrato altri gruppi di deputati e senatori. Oggi vedrà i deputati della commissione Giustizia, i più intransigenti sul testo della Cartabia. Vicino l'accordo sullo stop all'improcedibilità per i reati di mafia e terrorismo, il M5s nel voto di fiducia potrebbe perdere non più di cinque parlamentari oltranzisti. Nonostante tutto, l'ex premier tenta di rintuzzare la tensione mediatica. «Ritengo che la norma che delega al Parlamento l'individuazione dei reati da perseguire prioritariamente sia una norma critica», dice criticando un altro aspetto del maxi-emendamento Cartabia. Ieri, durante il voto di fiducia al Senato sul dl Recovery, nel M5s è stata notata l'assenza ingiustificata di undici senatori (poi diventati nove perché fino al momento in cui scriviamo due si sono giustificati) vicini a Conte, tra cui Paola Taverna e Vito Crimi. «Conte voleva mandare un segnale a Draghi sulla giustizia facendo la conta, ma si è accorto che nel fortino di Palazzo Madama quelli che stanno con lui non arrivano a dieci», spiega al Giornale una fonte parlamentare grillina.

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